Capitolo 1 (Introduzione, il primo step: l’Intake)

Introduzione

Benvenuti a questo corso gratuito sulla psicoterapia multimediale. L’obiettivo di questo testo è quello di insegnare come aiutare una persona che soffre per un lutto (reale o metaforico) attraverso una nuova forma di Art Therapy che utilizza le immagini e la musica più che le parole per riparare la ferita prodotta dalla perdita di un “oggetto d’amore”. Che si tratti della morte di una persona cara, o di un animale che era come un membro della famiglia, o di un amore, o di un lavoro, o di un ideale, lo scopo della Psicoterapia Multimediale è quello di riparare un’esperienza di lutto. Ma di che tipo di lutto stiamo parlando?

Risponderò a questa domanda nel modo che mi è più congeniale: raccontando una storia. La storia di come e perché è capitato proprio a me, nel 2007, di inventare questa terapia. Come sempre, le radici storiche di un evento sono più antiche dell’evento stesso… da psicoanalista, vi racconterò quindi due ricordi della mia infanzia che aiutano a capire come mai è successo proprio a me, e non ad altri, di inventare la psicoterapia multimediale.

Comincerò da un ricordo visivo: una mattonella di ceramica che stava appesa al muro. I miei genitori traslocavano spesso, a Roma, perché non avevano i soldi per pagare l’affitto, ma la mattonella stava sempre bene in vista, vicino alla porta d’ingresso, qualunque fosse la casa in cui ci trovavamo. La mattonella diceva, molto semplicemente, che “coloro che abbiamo amato e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono sempre ovunque noi siamo.”

Il secondo è un ricordo musicale, più carico di emotività: mio padre che suona, ogni sera, per pochi minuti, con un’aria assorta e indecifrabile, prima la fisarmonica e poi il violino. Negli anni avrei scoperto che la fisarmonica era di suo fratello Roberto (morto al Forlanini, dove era stato ricoverato dopo essersi ammalato di tubercolosi mentre era militare, durante la II guerra mondiale, in Africa) mentre il violino era di suo fratello Domenico, morto anch’egli molto giovane, dopo la morte del fratello.

Grazie alla preziosa chiave di lettura dei fatti della vita che ho ricevuto dalla mia formazione psicoanalitica non mi è stato difficile pensare che i lutti di mio padre siano arrivati fino a me, molto prima della mia nascita, molto prima del mio stesso concepimento.

Mio padre avrebbe infatti avuto due figli solamente: Roberto prima e Domenico dopo. Sia mio fratello (Roberto) che io (Domenico) siamo stati concepiti come una sorta di “replacement
children” (Sabbadini, 1988), bambini sostitutivi, chiamati a ridare la vita a quelli che li avevano preceduti ma erano morti prima del tempo.

Forse, allora, è per questo che ho inventato una nuova forma di Art Therapy per l’elaborazione del lutto… E forse non è un caso se questo è accaduto proprio quando i miei genitori sono morti, uno dopo l’altro, nel 2007. Ed infine, sempre forse, non è un caso se mio figlio, giovanissimo, dopo la loro morte, mi ha aiutato ad inventarla, divenendo il primo artista che ha prodotto gli “oggetti della memoria” della terapia. Mio padre, ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, documentarista nell’immediato dopoguerra e Docente di Linguaggio Cinematografico all’Istituto “Roberto Rossellini” di Roma, è morto senza sapere che mio figlio si sarebbe appassionato, come lui, alla fotografia, e che si sarebbe poi laureato in Video and Film, all’Art Center College of Design, a Pasadena, with honors.

L’amore vince tutto

C’è un altro ricordo, questa volta della mia vita adulta, che credo sia importante raccontare per introdurre la storia delle origini della psicoterapia multimediale. Sono stato concepito a Bettona, uno dei tanti, bellissimi, borghi d’Italia, in terra etrusca, in Umbria, sul set di un film del filone del cinema neorealista: “Sangue sul sagrato”. Mio padre era giovane e si era trovato a condividere la regia del film con Goffredo Alessandrini. Di quel film, a casa, era vietato parlare. Non fu un successo…

Molti anni dopo, quando, sposato e padre di due bambini, raccontai a mio padre che mi ero innamorato di un paesino sperduto, lui si mise a ridere e mi disse che quello era esattamente il luogo in cui ero stato concepito sul set dell’innominabile “Sangue sul sagrato” …

Credo che quello sia stato uno dei momenti più belli della mia vita. Mi sono sentito in pace con me stesso, con i miei genitori, con la mia storia familiare… Se il nostro inconscio può ritrovare persino il luogo sperduto del suo concepimento… allora veramente “omnia vincit amor” (Virgilio, Bucoliche X, verso 69).

L’amore vince tutto, può anche elaborare il lutto: coloro che abbiamo amato e che abbiamo perduto sono davvero sempre e dovunque noi siamo… Ed un video, prodotto con le foto di famiglia, accompagnato da una colonna sonora che la persona a lutto “sente” associabile con i ricordi rievocati dalle immagini, può ricreare l’atmosfera affettiva di quell’amore che abbiamo bisogno di ritrovare nei momenti di dolore, di vuoto, di mancanza. L’oggetto della memoria ci consola perché comunica in modo immediato, nel linguaggio universale delle immagini e dei suoni, che quella vita è stata preziosa, unica, significativa, che merita di essere ricordata in una piccola, grande, opera d’arte multimediale.

Vi parlerò ora degli aspetti teorici della Psicoterapia Multimediale. Cercherò di rispondere alla domanda iniziale: di che tipo di lutto stiamo parlando? Vi proporrò un concetto nuovo, quello di lutto sinciziale.

Il lutto sinciziale

Quando muore qualcuno che è stato amato non dobbiamo pensare che c’è una persona a lutto perché, di fatto, invece, ce ne sono due. La prima persona a lutto è l’individuo, la parte più evoluta di noi stessi. A questa persona, se non possiamo esprimere in presenza la nostra partecipazione al suo dolore, possiamo scrivere una lettera di condoglianze, mandare un telegramma o inviare un messaggio digitale per far sentire la nostra vicinanza affettiva… E siamo certi che comprenderà questa nostra comunicazione.

L’altra entità a lutto, la più importante da un punto di vista emotivo, ci è invece generalmente sconosciuta ed è quella che gli antropologi chiamano “group-individual” (Briffault, 1927). Si tratta, da un punto di vista evolutivo, dello strato più arcaico del nostro Sé: l’individuo gruppale che vive dentro di noi. Nell’individuo gruppale i limiti/confini tra l’io e l’altro, tra l’io e l’ambiente (animali, piante, oggetti inanimati) sono sfumati, per cui, in modo inconcepibile per la nostra mentalità contemporanea, uno stregone malvagio può fare un incantesimo sulle mie unghie o sui miei capelli oppure, se un mio familiare muore, muore anche, contemporaneamente, una parte di me (o addirittura muoio io stesso). Si spiegano così quei rituali di lutto in cui alla morte di qualcuno seguivano tragicamente una serie di altre morti rituali: dai roghi funerari in cui la vedova veniva bruciata viva col marito defunto ai suicidi collettivi in cui l’intera corte veniva avvelenata alla morte del re sacro e seppellita con lui nel monumento funerario (Nesci, 1991).

A questa persona che abita nell’inconscio di ognuno di noi nessuno può scrivere lettere di condoglianze o mandare telegrammi, nessuno può comunicare con modalità evolute perché è, letteralmente, analfabeta. Vive allo stadio delle culture preistoriche, delle “culture orali primarie” (Ong, 1982) e cioè di quelle culture che ancora non hanno scoperto la scrittura. Se vogliamo far sentire la nostra vicinanza affettiva a questa seconda persona dobbiamo comunicare con altri linguaggi più immediati: quello delle immagini, quello dei suoni, quello del corpo (la presenza, l’abbraccio, la compassione) e soprattutto quello del gruppo. Gli esseri umani preistorici erano essenzialmente animali sociali per i quali la vita del gruppo era prioritaria rispetto a quella individuale. Se cerchiamo una metafora che ci aiuti a comprenderne la psicologia, credo che quella del coro sia la più efficace. La voce dell’umanità primordiale era sostanzialmente corale. Nel coro le voci individuali si fondono con quelle di tutti gli altri…

Se vogliamo prenderci cura del lutto, dobbiamo farlo dunque a due livelli: individuale e gruppo-individuale. Ho chiamato “lutto sinciziale” il lutto dell’individuo-gruppale. Il sincizio è un’organizzazione biologica per la quale una popolazione di cellule si fonde in una struttura dove, all’interno di un’unica membrana, convivono tutti i nuclei delle cellule originarie che si sono fuse insieme. Ho denominato allora gruppi sinciziali quelli descritti dall’antropologo Briffault, perché questo termine rende ragione dei rituali di lutto preistorici di cui ho parlato prima. A questo livello evolutivo, se muore una persona amata non è solo la fine di una vita ma, per l’assenza di limiti/confini, questa fine viene vissuta come se fosse la mia fine, la fine del mio mondo… un evento che suscita il desiderio/timore di uscire dall’esistenza, di uccidere tutti e/o di suicidarsi, di fare la guerra per punire gli stregoni malvagi della tribù vicina che hanno fatto morire il membro del nostro gruppo con una magia nera, oppure di fare un genocidio eliminando un sottogruppo all’interno del nostro gruppo (sempre accusandolo in modo paranoide di aver causato quella morte)
o infine di estinguere tutta la comunità in un suicidio collettivo nell’illusione di restare sempre insieme, di non separarsi mai dal defunto.

Per questo tipo di lutto, credo che la psicoterapia classica, intesa come un dialogo tra due persone, non sia quindi sufficiente. Per questo tipo di lutto ho pensato, con l’aiuto di mio figlio, quando sono morti i miei genitori (i suoi nonni) che si dovevano mettere in campo altre risorse: quelle dell’arte. L’arte, infatti, parla un linguaggio immediato e universale…

L’arte come terapia

In uno short film sulla psicoterapia multimediale, diretto dal regista inglese Frank Eli Martin durante la pandemia, la mia voce fa da commento sonoro alle immagini che mostrano la chiesa di San Pietro in Vincoli dove si trova la tomba di Giulio II, il Papa che commissionò a Michelangelo gli affreschi della Cappella Sistina. Nel documentario racconto che l’arte, da sempre, ha cercato di curare il dolore del lutto e che Michelangelo, artista multimediale per eccellenza (Gillgren, 2011, 2017), aveva creato per la tomba del “suo” pontefice un “oggetto della memoria” straordinario (Nesci, 2012, 2023). In pratica Michelangelo aveva posto, dietro il monumento funerario, una camera segreta dove un coro poteva cantare senza essere visibile da chi si trovava nella chiesa in modo da dare l’illusione che dalla tomba stessa provenisse la viva voce corale, l’espressione immortale dell’anima del defunto e dell’essenza spirituale del corpo mistico della chiesa o, come direi nella mia terminologia, della sincizializzazione di un gruppo (Nesci, 1991).

Quando la psicoterapia multimediale era allo statu nascendi, all’inizio della sua storia, ed ancora oggi, come vedremo tra poco, paziente e terapista erano aiutati da un terzo, un artista, a produrre un “oggetto della memoria” per ricreare questa illusione di eternità. Forse, domani, questa funzione sarà assolta da un’intelligenza artificiale, che sarà comunque il frutto di tantissime esperienze umane, di una coralità. L’oggetto della memoria è il prodotto dell’integrazione delle foto di famiglia (che narrano per immagini la storia dell’amato perduto) con le sue tracce sonore, generalmente musicali ma a volte anche registrazioni audio di momenti vissuti. Queste tracce sonore appartengono al soggetto e/o al suo gruppo di riferimento, venendo così a rievocare il paesaggio sonoro della sua vita, individuale e gruppo individuale. Il “montaggio psicodinamico” prodotto dall’artista cura così il lutto sinciziale nello stesso tempo in cui il terapista si prende cura del lutto individuale del paziente nella psicoterapia multimediale. La terapia si svolge così a due livelli, offrendo un’esperienza riparativa sia per la perdita vissuta dall’individuo che per quella sofferta dall’individuo gruppale. Da qui la sua efficacia quando viene offerta ad un paziente per il quale ci sia l’indicazione specifica a questo tipo di trattamento.

In pratica la psicoterapia multimediale è indicata quando qualcuno soffre perché sente che la vita dell’oggetto d’amore perduto è stata spezzata, interrotta prima di essere giunta al suo compimento, anche se, paradossalmente, il defunto aveva cento anni ed aveva vissuto una vita piena di soddisfazioni. In questi casi la psicoterapia multimediale realizza, nel suo percorso rituale, un “oggetto della memoria” (un video) che ricostruisce la vita della persona cara al ritmo e nel tempo di un brano musicale, dando un senso di interezza a tutta la sua esistenza che appare così armonica e completa, per cui se ne può accettare la fine.

La terapia si svolge seguendo dei passaggi rituali: presa in carico, sedute delle foto, sedute della musica, lavoro artistico con il team istituzionale, screening session (condivisione del video) ed uscita dal percorso. Nei prossimi incontri vedremo insieme, passo dopo passo, questi sei momenti fondamentali della psicoterapia multimediale e cominceremo a prefigurarne l’evoluzione che potrebbe verificarsi, nel tempo, rispetto al ruolo dell’artista (che potrebbe essere assunto dal terapeuta, che non sarà solo uno psicoterapeuta ma anche un arte-terapista, oppure da un’intelligenza artificiale) ed al reperimento della musica per la colonna sonora del montaggio psicodinamico (che potrebbe essere scelta dal paziente da una libreria digitale fornita dalla Scuola Internazionale di Psicoterapia nel Setting Istituzionale (S.I.P.S.I.) Srls. o da un’altra futura istituzione…

Ma procediamo con ordine e cominciamo a vedere, step by step, come si conduce, al momento attuale, una psicoterapia multimediale. I passaggi della terapia sono sei: l’Intake, le sedute delle foto, le sedute della musica, il lavoro con l’artista, la screening session, l’Outcome. Vediamoli insieme…

Il primo step: l’Intake.

L’Intake è il primo incontro col paziente, quello in cui decidiamo di prenderlo in cura oppure di inviarlo a qualcun altro o di sconsigliare l’avvio di un trattamento. Quando vediamo un paziente per la prima volta non possiamo dare mai per scontato che ci sia l’indicazione per una presa in carico. I bisogni del paziente vanno valutati così come la praticabilità di un qualunque percorso di cura. Chiediamoci quindi cosa va preso in considerazione se l’incontro ci fa pensare all’idea di proporre una psicoterapia multimediale. Nel mio primo manuale (in inglese) proponevo quattro criteri fondamentali che ritengo ancora validi e che descriverò qui brevemente prima di esemplificarli con dei frammenti tratti da una mia recente esperienza clinica.

Un lutto sinciziale

Sia che il paziente giunga a noi per un lutto reale (la morte di una persona cara) o per un lutto metaforico (la fine di un amore, la perdita di un lavoro, di una casa, di un oggetto – reale o ideale – importante da un punto di vista affettivo) il requisito fondamentale per pensare a proporre una psicoterapia multimediale è che il vissuto del paziente ci appaia inconsolabile, di una dimensione cosmica e comunque sintetizzabile come “fine del mondo” non come perdita di un oggetto con dei limiti/confini ben precisi. Dobbiamo avere cioè la sensazione che chi sta veramente soffrendo di un lutto irreparabile non è un individuo ma l’individuo-gruppale che lo abita. La distinzione tra individuo e individuo gruppale (“group individual”) è di Briffault (1927) l’autore di “The Mothers” un’opera interamente dedicata all’antropologia in una prospettiva tutta al femminile. Per lui la differenza più importante tra noi ed i nostri antenati preistorici è nella loro totale identificazione con il gruppo in cui vivevano per cui non pensavano in termini individuali ma gruppo individuali al punto che la morte di uno era vissuta come la propria morte. L’individuo, in questa prospettiva, si sarebbe sviluppato solo col tempo relegando sempre più nel nostro inconscio il nostro Io gruppo individuale. Ma quando ci troviamo di fronte una persona a lutto che vive la perdita come la fine del
mondo, è questo Io gruppo individuale che dobbiamo assolutamente prendere in carico ricorrendo al suo linguaggio primordiale e universale: quello delle immagini e dei suoni, quello delle culture orali primarie, e cioè di quelle culture che non hanno ancora scoperto la scrittura (Ong, 1982).

Una difficoltà a muoversi nell’universo del linguaggio verbale

Una seconda indicazione specifica per la psicoterapia multimediale ci viene suggerita dall’impressione che il paziente abbia una difficoltà a muoversi nell’universo del linguaggio verbale e che, invece, sia più a suo agio in un universo più arcaico ed istintuale. Mi riferisco all’universo del corpo, al linguaggio immediato delle immagini e delle parole/suono (che è quello della musica) piuttosto che delle parole come significato simbolico condiviso. Se ci accorgiamo che un paziente è in difficoltà a parlare, a raccontarsi, ad associare liberamente, a condividere con noi i propri sogni, non è il caso che lo invitiamo a farlo: rischiamo di provocare un’interruzione prematura della cura, un fallimento. Invitarlo a portare in seduta le immagini dell’oggetto d’amore perduto per ripararne la perdita, chiedere di associare con immagini e canzoni di un determinato “passaggio” della vita che è stato traumatico, può spesso aprire, invece, un nuovo canale di comunicazione cambiando il tono emotivo delle sedute, rendendole più vivaci, spontanee, interessanti, creative.

Una difficoltà ad aspettare ed un bisogno di fare e ricevere subito qualcosa

Spesso questo tipo di pazienti manifestano in mille modi una profonda difficoltà ad aspettare, un assoluto bisogno di risollevarsi subito dalla depressione e di essere loro stessi parte attiva del processo di cura: sentono il bisogno “fare qualcosa” per “uscirne fuori” e di avere poi un riscontro concreto del percorso di cura. La psicoterapia multimediale risponde efficacemente a questo bisogno perché può essere breve e lascia un “oggetto della memoria” che il paziente può rivedere e riascoltare quando vuole.

Un vissuto di blocco dello scorrere del tempo

E, sopra tutto questo, è opportuno proporre una psicoterapia multimediale quando il clima emotivo dell’incontro appare caratterizzato da un vissuto di blocco dello scorrere del tempo. Il paziente soffre per un “passato” che non passa, che è eternamente presente e fermo, al tempo stesso: l’Unpast descritto da Scarfone (2006, 2023). La catastrofe affettiva si è congelata come per un incantesimo magico… il mondo è in letargo… e forse l’inverno non passerà mai… perché l’orologio della vita si è fermato irrimediabilmente.

Un caso clinico: la storia di Piero.

Questi elementi fondamentali sono tutti presenti in uno dei miei casi clinici più recenti che ora riassumerò brevemente, ringraziando il paziente per avermi consentito di utilizzare la sua
esperienza per aiutare altri pazienti e psicoterapeuti (attuali e in formazione) ad avvicinarsi alla psicoterapia multimediale.

Chiamo Piero un uomo sui 70 anni che viene da me in uno stato di depressione profonda. Mi dice che è stato lasciato da una donna con cui aveva una relazione da tempo immemorabile e che non gli era mai capitato di stare così male. Non convivevano, lei era una persona molto particolare, da tempo lui aveva intuito qualcosa… ma l’evento è stato per lui una vera catastrofe. Tutti sono molto preoccupati per lui: la ex moglie, madre di suo figlio, suo figlio (trentenne) e tutti i suoi parenti ed amici. Lui è sempre stato ottimista, allegro, socievole… nessuno riesce a spiegarsi questo suo drammatico cambiamento. Ora oscilla tra disperazione e desiderio di vendetta… “Forse è proprio perché ho avuto una vita piena di successi e di soddisfazioni che ora devo pagare tutto, scontare tutto: la vita mi ha presentato il conto! – mi dice Piero – Mai avrei pensato di chiedere aiuto ad uno psichiatra… Non c’è più speranza… e sto troppo male, piango sempre, sono sempre cupo e sconsolato, arrabbiato con lei che mi ha abbandonato così, senza spiegazioni, senza rimpianti… ogni giorno è uguale all’altro… la vita non ha più senso.”

Fin dal primo istante mi rendo conto che la persona che ho davanti (un uomo di una certa età, mal vestito, non curato) non è abituato a raccontarsi, a riflettere su sé stesso… Non sembra proprio il paziente che ci immaginiamo di incontrare nello studio di uno psicoanalista. Ha un accento fortemente romano, di borgata, e non sembra padroneggiare bene neppure il linguaggio parlato. Mi confessa che ha avuto il mio nome da una persona che io non conosco che gli ha detto che doveva assolutamente chiamarmi perché solo io potevo aiutarlo: anni fa avevo ridato la voglia di vivere ad un malato di cancro che era disperato… forse sarei riuscito a salvare anche lui.

Controtransferalmente mi sento coinvolto in un’atmosfera che associo con i viaggi della speranza, con la madonna di Lourdes… con i miracoli… Gli chiedo della sua infanzia…

Da ragazzino, mi dice, viveva in borgata e giocava a pallone, dalla mattina alla sera; studiava solo il minimo per non essere rimandato. Del resto, il padre sapeva solo firmare, i genitori erano praticamente analfabeti, lo lasciavano libero. Lui sognava di viaggiare e girare il mondo. Poi, da adolescente, suonava. Il padre gli aveva comprato la batteria: era l’epoca dei Beatles. Suonava in un complessino di ragazzi. E li pagavano pure! Davvero è stato fortunato: un uomo importante, appassionatissimo di calcio, lo ha notato, gli ha offerto di giocare nella sua squadra e in cambio lo ha fatto assumere in una compagnia aerea… così ha cominciato a girare il mondo, per lavoro, e ha continuato a giocare a pallone per mantenersi il posto di lavoro: “una pacchia!”

Gli chiedo se ha avuto dei lutti, oltre alla perdita di questa compagna…

Mi racconta della morte della madre, della morte di una sorella appena nata, della guerra vissuta dai suoi genitori, del padre… Ma pensa di essersene fatto una ragione. Io penso invece che la profondità del suo lutto attuale si spieghi solo ipotizzando che stia spostando su questo lutto metaforico (la perdita della compagna) altri, precedenti, più importanti, lutti reali familiari (quando ne parlava gli si erano inumiditi gli occhi). Dice che non pensa affatto che sia così, ma se lo dico io… si fida. Mi dice che sono la sua ultima speranza e, visto che è venuto, è pronto a fare tutto quello che gli dirò pur di stare meglio subito, anche a prendere un farmaco nonostante sia sempre stato contrario, anche a rivedere le foto di famiglia pur se è “un vigliaccone” e si commuove troppo… Si riferiva al fatto che, come spesso faccio quando mi viene in mente la possibilità di una psicoterapia multimediale, gli avevo chiesto di farmi vedere le foto dei genitori sul cellulare.

Dentro di me avevo già notato che Piero sembrava avere tutte le caratteristiche che confermano l’indicazione della psicoterapia multimediale (un lutto sinciziale, una difficoltà a muoversi nell’universo del linguaggio verbale, una difficoltà a darsi dei tempi lunghi per poter star meglio, un bisogno di “fare” qualcosa di tangibile, per risollevarsi subito, un vissuto di blocco dello scorrere del tempo) ma poi succede qualcosa che mi toglie ogni esitazione.

Piero mi racconta che recentemente, proprio nel giorno del compleanno della sua ex compagna, si sono sentiti per telefono e lei ha ribadito la fine del rapporto. Interessantemente, era lo stesso giorno del compleanno di sua madre… Mentre io rifletto sul legame inconscio di Piero con la madre, visto che aveva scelto come compagna una donna nata nel suo stesso giorno, e che le aveva telefonato proprio in quel giorno, nonostante lei lo avesse ormai lasciato, lui mi racconta una storia straordinaria. Disperato per l’ennesimo rifiuto, era andato al cimitero a chiedere aiuto e conforto alla mamma morta. Non c’era un’anima. Il cimitero era deserto. Completamente. Dopo un po’ che piangeva davanti alla tomba della madre arriva una vecchietta simile, in tutto, alla sua mamma. Il loculo a cui la vecchietta, accompagnata dal figlio, era venuta a cambiare i fiori, era sopra quello di sua madre… Così i due (mamma e figlio) hanno assistito a tutta la scena del suo pianto disperato… Lui ha cercato di trattenersi finché se ne sono andati… Poi ha ripreso a piangere e disperarsi… ma proprio allora, inaspettatamente, la vecchietta è tornata sui suoi passi, da sola, e gli ha fatto una carezza… Piero è consapevole che si è trattato di una coincidenza, non pensa che sia stato un evento soprannaturale, ma è rimasto comunque molto impressionato dall’intensità emotiva dell’incontro. Nel suo vissuto, la madre era tornata concretamente a confortarlo…

Penso allora che è questo il lutto che Piero, a livello inconscio, non ha assolutamente elaborato. Gli propongo di nuovo la mia ipotesi e gli parlo della psicoterapia multimediale. Gli spiego come procederemo: mi firmerà una liberatoria per consentirmi di condividere le sue foto di famiglia, in particolare quelle della sua mamma, e, seguendo questa mia ipotesi, ricostruiremo una storia della sua vita con le immagini. Poi assocerà queste immagini con una canzone o un brano musicale, di sua scelta, che diventerà la colonna sonora del video che un artista multimediale del mio team produrrà per lui, per riparare la sua perdita originaria, nella speranza che questo percorso lenirà anche la ferita della sua perdita attuale. Se questa ipotesi fosse giusta, grazie alla terapia, la perdita della compagna sarà ridimensionata: diventerà solo la perdita della compagna, non una perdita originaria irrimediabile trasferita sulla perdita attuale al punto da averla trasformata in un dramma cosmico. La sua reazione alla mia ipotesi, sostanzialmente, è molto in linea col suo personaggio: “Non capisco ma mi adeguo… sono un vigliaccone… mi farà soffrire rivedere le foto… ma se questo devo fare non mi tiro indietro…”

Gli faccio firmare la liberatoria e gli chiedo così, per il nostro appuntamento successivo, di portarmi le sue foto di famiglia. Infine, gli prescrivo un farmaco per rispondere al suo bisogno di un aiuto immediato e concreto, ridurre l’angoscia e la depressione ed aiutarlo anche a dormire la notte. Termina così questo Intake che troverà un riscontro positivo nelle sedute successive. Dopo un mese, mi dirà che ha sospeso i farmaci perché sta decisamente meglio, e dopo 8 sedute, completati gli steps della psicoterapia multimediale, mi saluterà definitivamente perché sta bene… A distanza di un anno il paziente non ha più avuto sintomi di alcun genere.

Conclusioni

Tanti anni fa ho presentato nella Parlow Library del Dpt. of Psychiatry di Harbor-UCLA, in California, con Robert O. Pasnau (Past President dell’American Psychiatric Association) e Warren Procci (che era allora President della American Psycho-Analytic Association) il mio libro sulla Multimedia Psychotherapy. Ricevetti molti applausi, molte congratulazioni, ma una critica importante che venne proprio dall’amico e collega psicoanalista: “Domenico, è un metodo bellissimo ma solo tu sei in grado di farlo: ci vuole una grande maestria psicodinamica, un talento per il mondo della fotografia e del cinema, un talento musicale… Io non conosco nessuno con tutte queste doti, oltre te…”

Io avevo già iniziato ad insegnare la psicoterapia multimediale a Roma, ai miei allievi della Scuola Internazionale di Psicoterapia nel Setting Istituzionale (SIPSI) ed in un Master di II Livello della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Nesci, 2012). Così, negli anni successivi, ho potuto documentare con uno studio pilota (Nesci e Coll., 2021) che i casi seguiti dai miei ex allievi (diplomati in psicoterapia nella mia Scuola di specializzazione SIPSI e/o miei Collaboratori nella cooperativa sociale DREAMS onlus) erano coronati da successo esattamente come quelli seguiti da me personalmente. Ovviamente non tutti i miei allievi praticano la psicoterapia multimediale. Ci vuole passione per fare le cose: non basta avere intuito per le dinamiche inconsce, ti deve anche piacere la musica, il mondo delle immagini… ma non è affatto raro che uno psicoterapeuta abbia una vena artistica!

Penso che sia importante rassicurare chi vorrà dedicarsi ad apprendere la psicoterapia multimediale che non è una mission impossible. Nei prossimi capitoli riprenderò step by step tutti i passaggi della psicoterapia multimediale (sedute delle foto, sedute della musica, lavoro con l’artista, screening session, outcome) attraverso altri casi seguiti non solo da me ma anche dai miei Collaboratori e persino dai miei allievi. Saranno casi diversi, scelti appositamente per esemplificare ognuno dei “passaggi” rituali della cura. Risulterà così evidente che qualunque psicoterapeuta, con un training adeguato, può condurre con successo una psicoterapia multimediale.

Bibliografia

Briffault, R. (1927) The Mothers. London: McMillan & Co.
Gillgren, P. (2011) Siting Michelangelo’s Last Judgement in a Multimedia Context: Art, Music, and Cerimony in the Sistine Chapel. Konsthistorisk Tidskrift 80(2):65-89.
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Nesci, D.A. (1991) La Notte Bianca. Roma: Armando Editore.
Nesci, D.A. (2012) Multimedia Psychotherapy: A Psychodynamic Approach to Mourning in the Technological Age. Lanham, Jason Aronson.
Nesci, D.A., Chiarella, S.G., Corona, E., Savoia, V., Zampogna, M., Nesci, F.A., Porcaro, G., Mari, G., Nappa, M.R., Palummieri, A., Calabrese, L., Raffone, A., Averna, S., Dunn, L., Almadori, G., Paludetti, G. (2021) Multimedia Psychotherapy: Brief Report of a Pilot Study. Riv. Psichiatr. 56(3):149-156.
Nesci, D.A. (2023) Psychological Care for Cancer Patients: New Perspectives on Training Health Professionals. Foreword by Nancy McWilliams, Lanham: Lexington Books.
Ong, W.J. (1982) Orality and Literacy. The technologizing of the Word. London and New York: Methuen.
Sabbadini, A. (1988) Il bambino sostitutivo. Doppio Sogno, n. 5, 2007, https://www.doppio-sogno.it/wp/wp-content/uploads/2023/09/Dislocation-letturamagistralesabbadini1.pdf
Scarfone, D. (2006) A Matter of Time: Actual Time and the Production of the Past. Psychoanalytic Quarterly 75:807-834.
Scarfone, D. (2023) The Unpast. Unconscious in Translation, 2023.
Virgilio ovvero Publius Vergilius Maro (70 a.C. – 21 a.C.) Bucoliche X, verso 69.