Il secondo step: le sedute delle foto
Siamo arrivati così al secondo step: le sedute in cui il paziente verrà con le sue prime foto. Importante è in questo momento costruire un setting adeguato al lavoro che stiamo per cominciare. La prima cosa da fare, se per caso non l’avessimo già fatto (può succedere), è far firmare al paziente una liberatoria che ci consenta non solo di lavorare con i materiali che il paziente porta in seduta nel corso della terapia ma anche di condividerli con il nostro team e di poterli utilizzare a scopo di ricerca scientifica e/o di attività didattiche, nonché di poterli, eventualmente, pubblicare in sedi scientificamente qualificate.
Pubblichiamo qui un esempio di liberatoria che noi utilizziamo frequentemente per pazienti della nostra cooperativa sociale DREAMS onlus, una cooperativa formata da psicoterapeuti diplomati nella nostra Scuola di Psicoterapia S.I.P.S.I. riconosciuta dal MIUR con D.M. n. 02A02821 del 12 febbraio 2002, e quindi che hanno tutti appreso a praticare la psicoterapia multimediale sia in presenza che online negli anni del corso di specializzazione.
LIBERATORIA
Io sottoscritta/o, ……………………………………, nata/o a ……………………………………… il ……………………, autorizzo il Dr. Domenico Arturo Nesci, inventore della Multimedia Psychotherapy (“Multimedia Psychotherapy – A Psychodynamic Approach for Mourning in the Technological Age”, Lanham: Lexington Books, 2013) e Socio DREAMS onlus ed il Dr./Dr.ssa ……………………………………. (Socio/a DREAMS onlus) a condividere i materiali audiovisivi (foto e musica) da me forniti nelle mie sedute di psicoterapia multimediale, anche se tutelati da diritti d’autore, con un artista multimediale del loro team, per produrre un “memory object” (un video) ad uso personale e terapeutico per l’elaborazione dei miei lutti reali e/o metaforici. Autorizzo inoltre il Dr./Dr.ssa ………………………… (Socio/a DREAMS onlus) ed il Dr. Nesci ad utilizzare in modo anonimo le mie sedute a scopo di ricerca scientifica e per lezioni sulla psicoterapia multimediale, in sedi qualificate (Università, Istituti di Ricerca, Scuole di Specializzazione, Corsi di laurea, di perfezionamento post-laurea e di formazione, congressi scientifici nazionali ed internazionali, eccetera) e per pubblicazioni cartacee ed online in siti web, libri e riviste scientifiche del settore.
Data e firma leggibile …………………………………………………………………………………
Ovviamente questa liberatoria deve essere modificata per adattarsi alle esigenze di ogni singolo medico o psicologo specializzato in psicoterapia e di ogni singolo paziente ed eventualmente
(questa cosa va valutata caso per caso) per prevedere altre firme di altri familiari se le loro immagini compaiono nelle foto che il paziente porta in seduta e vuole includere nel video.
Oltre alla liberatoria firmata, il terapista ha bisogno di avere a disposizione nel suo studio delle attrezzature indispensabili che, nel caso di una psicoterapia condotta in presenza, sono un computer ed uno scanner (lavorando online è essenziale avere anche un cellulare soprattutto per garantire una seconda possibilità di comunicazione nel caso il computer non funzioni per un qualunque motivo). Computer e scanner servono per scannerizzare e poi salvare le foto nel caso in cui il paziente le porti in formato cartaceo, in modo da poterle restituire al termine della seduta onde evitare rischi di ogni genere (che vadano perdute o danneggiate) tenendo conto che questi oggetti hanno un grande valore psicologico per il paziente (in particolare per l’inconscio del suo “individuo gruppale”, a prescindere da quello che il suo Io individuale possa invece pensare a livello cosciente). A questo proposito è opportuno ricordare qui che in quasi tutte le culture orali primarie fotografare l’immagine di qualcuno è vietato (è un tabù) perché si crea un “doppio” sul quale il possessore dell’immagine potrebbe fare delle magie. Va da sé che generalmente si chiede al paziente di portare le foto in formato digitale, ma avere uno scanner è sempre utile per quei casi in cui il paziente non fosse in grado di farlo.
Se il paziente è contento di condividere con noi le sue foto di famiglia, le immagini del suo gruppo di riferimento, vuol dire che si è già instaurato un rapporto di fiducia non solo con l’Io individuale del paziente ma anche con l’individuo gruppale che lo abita, che è il nostro paziente principale. Nella terapia multimediale noi ci rivolgiamo prevalentemente all’individuo gruppale, con un atteggiamento spontaneo ed empatico, considerandolo un paziente, una persona che soffre (che ha dentro di sé un’emozione incontenibile, un pathos, che ha bisogno di trasferire su di noi) e non un cliente (un individuo autonomo e pienamente cosciente) che è invece il soggetto al quale abbiamo prima fatto firmare la liberatoria. Anche per questo è opportuno che la liberatoria venga fatta firmare al termine dell’Intake, non all’inizio della seduta delle foto che dovrebbe invece svolgersi in un clima in cui il rapporto di fiducia è già stato sancito dall’Io individuale e si entra quindi direttamente in rapporto con l’individuo gruppale che anima il Sé del paziente. In questi casi, nelle sedute delle foto, si avverte un cambiamento di “clima”; ci si trova immersi in un’atmosfera di familiarità, spontaneità, condivisione che dà una coloritura diversa all’alleanza terapeutica. Anche il terapista, controtransferalmente, avverte questo cambiamento interiore e tende a parlare di più, ad aprirsi, a colloquiare in modo più spontaneo…
A questo proposito ricordo il caso di una paziente che avevo chiamato Laurie (Nesci, 2012) e che era a lutto per la morte della madre, avvenuta drammaticamente per un’emorragia inarrestabile, in una camera d’ospedale… Le due donne avevano un rapporto simbiotico, vivevano insieme da sempre, anche dopo il matrimonio di Laurie e la nascita del suo unico figlio. Dopo l’evento luttuoso Laurie non era più in grado di restare a casa da sola ed era profondamente depressa ed ansiosa. Nella prima seduta delle foto, in presenza, mi porta una busta piena di vecchie fotografie… Io intuisco subito il suo desiderio di non lasciarmele e quindi comincio a scannerizzarle insieme a lei… e intanto, apparentemente, “chiacchieriamo…” Io le dico che queste foto antiche, in bianco e nero, ci riportano ad un’atmosfera diversa… e lei concorda. Parliamo così del tempo passato come di un tempo meno stressante perché ancora non c’era la televisione e si sapeva meno di ciò che accadeva intorno a noi, nel mondo… Laurie riconosce che si è sempre difesa “mettendo la testa sotto la sabbia” cercando di non vedere… suo padre era morto di cancro quando lei aveva solo 14
anni e lei (figlia unica) si era legata alla madre come alla sua unica àncora di salvezza… Prima di cominciare a scannerizzare alcune foto le avevo fatto notare che aveva portato in seduta molte foto in cui aveva gli occhi chiusi e glielo avevo interpretato come segno di una tendenza a “chiudere gli occhi”, a non voler vedere le cose angoscianti, anche perché aveva inizialmente taciuto, nell’Intake, un altro suo lutto che aveva preceduto di molto quello della madre: la morte del padre. Laurie capisce… capisce proprio grazie alle foto che ha portato in seduta ed in cui lei ha spesso gli occhi chiusi, in particolare grazie ad una foto scattata davanti alla Bocca della Verità, a Roma. Davanti a quella foto giochiamo: io le dico, con voce cantilenante, che non vuole vedere la verità, e lei mi fa il verso, imitando la mia voce cantilenante e ripetendo che non vuole vedere la verità… e ci mettiamo a ridere… come due adolescenti che sono diventati complici di un piccolo segreto… (Laurie era adolescente quando ha perso il padre).
Questo è il genere di cose che possono succedere nelle sedute delle foto: momenti di giocosa collusione, di presa di coscienza di eventi traumatici, insight di dinamiche inconsce, come il meccanismo di difesa del disconoscimento di fronte ad eventi troppo dolorosi… questi momenti sono come le tessere di un mosaico con cui si pavimenta un’alleanza terapeutica… E il terapista ha un ruolo attivo in questo gioco. Sia che lavoriamo in presenza, sia che lavoriamo online, siamo noi terapeuti per primi a non dover aver paura di mostrare le immagini del nostro mondo familiare. Se non lo facessimo come potremmo chiedere al paziente di condividere serenamente le sue immagini con noi? Nel mio primo libro sulla psicoterapia multimediale faccio un’autoanalisi degli oggetti inanimati (quattro immagini) che avevo messo alle pareti del mio studio all’epoca in cui inventavo la nuova forma di Art Therapy e lavoravo prevalentemente in presenza. Oggi mi è facile ripetere l’esperienza alla luce dei nuovi oggetti inanimati che ho messo alla pareti (due immagini e uno specchio) e che riproduco qui molto volentieri (fig. 1 e fig. 2). Il mio studio, infatti, è in periodico cambiamento, è esso stesso un work-in-progress che rispecchia la mia continua evoluzione nel mio modo di essere e di lavorare. Oggi non ci sono più alle pareti le immagini che descrivevo nel mio libro. Alle mie spalle c’è invece questa nuova opera (fig. 1) di mio figlio.

Fig. 1
(paesaggio solare, Copyright©FilippoArturoNesci, 2024)
E di lato a questa, alla mia destra, c’è una seconda opera di mio figlio (fig. 2).

Fig. 2
(paesaggio lunare, Copyright©FilippoArturoNesci, 2024)
Sono due opere realizzate dal primo artista della psicoterapia multimediale per favorire l’ingresso del paziente e, come vedremo tra breve, anche del terapista, in uno stato di coscienza di free floating attention, tale da favorire il pensiero associativo, l’accesso ad altre dimensioni della mente, il recupero di fantasie inconsce, di memorie rimosse, di idee rinnegate o disconosciute. Se osserviamo le due opere d’arte notiamo subito un’interessante analogia: entrambe sono fruibili all’interno di una cornice che ha tutta l’aria di essere una sorta di “portale” attraverso cui si può accedere ad un altro universo. All’interno dell’ovale (nel paesaggio solare) o del cerchio (nel paesaggio lunare) si ha accesso ad un mondo alternativo e chiaramente diverso da quello della nostra quotidianità, un mondo in cui si trovano strutture surreali e misteriose in un’atmosfera onirica. L’idea è la stessa che si incontra in molti sogni di pazienti in analisi che quando giungono ad un “punto di svolta” (Bohm, 1992) scoprono all’interno di un ambiente familiare (ad esempio una casa in cui abitano o avevano abitato) una porta che non c’era e che, aprendola, li introduce in una stanza sconosciuta che non avrebbero mai immaginato potesse esistere…
La psicoterapia multimediale favorisce questo tipo di esperienze; essa stessa diventa un punto di svolta che consente di vedere il proprio mondo interno in prospettive nuove. Ovviamente l’insight non necessariamente si presenta subito (come invece abbiamo appena visto nel caso di Laurie, che si è resa conto già nella prima seduta delle foto del suo tendere a disconoscere realtà angoscianti) ma può presentarsi anche dopo che le sedute multimediali sono finite, come è successo a Serena (la
mia prima paziente che ha fatto una terapia multimediale) che ha capito, proprio grazie alle foto di famiglia, di essere stata rifiutata dalla mamma (una bella donna dalla figura slanciata) perché alla nascita lei pesava più di cinque chili e non le somigliava affatto…
Nel mio studio, da un po’ di tempo, oltre alle due opere che ho appena descritto, c’è un’altra interessante novità: di fronte alla mia scrivania ho fatto fare uno specchio ovale, poco più grande della stampa posta sulla parete alle mie spalle. In questo modo io posso godermi la vista rilassante del “paesaggio solare” che il paziente, seduto davanti a me, può vedere direttamente. Oltre a vederci, vis-à-vis, ci vediamo lo stesso paesaggio onirico, uno direttamente (il paziente) ed uno indirettamente (il terapista) nell’immagine riflessa… Qui sono i temi del rispecchiamento (mirroring, Winnicott, 1967) e della sintonizzazione (attunement, Stern, 1985) che vengono evocati (Wright, 2009), così come quello del “doppio” (Rank, 1914). Il messaggio è reso ancora più complesso dalla visione del “paesaggio lunare”, che il paziente vede alla sua sinistra ed il terapista alla sua destra…
In modo subliminale, sono io per primo, quindi, che offro al paziente un’apertura sul mio mondo interno, sulla direzione della mia ricerca… sull’universo gruppo-individuale del mio team… Ma torniamo ai dettagli pratici.
Se siamo in presenza, e se il paziente ci porta delle foto cartacee, possiamo quindi scannerizzarle e salvarle sul nostro PC (o sul Mac); se ci porta una pennetta con dei files abbiamo invece un problema: il rischio di un virus. Come evitarlo? La soluzione migliore non è quella di un antivirus (che potrebbe sempre non funzionare adeguatamente) ma quella di chiedere al paziente di creare un cloud condiviso e caricare lì le sue foto e, in generale, i materiali audiovisivi che vuole condividere in seduta con noi e, successivamente, con l’artista multimediale. Se siamo online questa è la modalità da utilizzare, preferenzialmente. Ci sono varie possibilità, anche gratuite e molto sicure, di creare un cloud condiviso, ad esempio, con Google oppure con Miro. In questo modo i materiali multimediali sono a disposizione del paziente e del terapista, in ogni momento, e possono essere arricchiti con annotazioni ed altri materiali da entrambi.
Per quei pazienti che sono esperti nell’uso delle nuove tecnologie ma particolarmente angosciati rispetto alla privacy dei propri materiali audiovisivi, c’è addirittura la possibilità di ricorrere a dei cloud privati come https://crypt.ee/download oppure https://nextcloud.com/support/.
Supponiamo invece che i nostri pazienti, pur essendo online, non siano affatto dotati di una cultura informatica. Come faremo?
Ci ingegneremo spontaneamente: ad esempio chiederemo al paziente, se stiamo facendo una videochiamata WhatsApp e se ha le foto in formato digitale, di caricarle sulla chat, oppure, se è in videoconferenza su Zoom, di condividere lo schermo, o infine, se è proprio in difficoltà nell’uso delle nuove tecnologie ed ha solo foto cartacee, di farcele vedere avvicinando la foto alla videocamera, oppure se vuole farci vedere delle foto digitali che ha sul telefonino, di avvicinarlo allo schermo del computer o dell’IPad (o viceversa, se è connesso dal cellulare ed ha le foto sul computer o sull’IPad). Insomma, la necessità aguzza l’ingegno e… volere è potere… quindi queste difficoltà possono essere comunque superate (ed anche aiutarci a capire meglio le resistenze del paziente, oltre che, eventualmente, pure le nostre).
Cosa fa il terapista durante le sedute delle foto?
Innanzitutto, il terapista si predispone ad accogliere e condividere i materiali portati dal paziente così come li presenta: non chiede di mostrare, ad esempio, le immagini in ordine cronologico o in un altro ordine particolare. Il modo stesso con cui il paziente le porta è sempre significativo; quindi, è meglio lasciare libero il paziente di muoversi come crede. Se però è il paziente stesso a chiederci come procedere, allora possiamo sicuramente suggerire di farcele vedere in ordine cronologico, nei limiti del possibile. In tutti i casi, nel corso delle sedute, è opportuno chiedere quale tra le foto è quella che vorrebbe mettere per prima e quale per ultima. Dobbiamo infatti avere ben presente nella nostra mente che il video deve costruire una narrazione che ha un inizio e una fine, che restituisce un senso di integrità, completezza ed armonia alla vita della persona cara che il paziente ha perduto.
Mentre il paziente ci fa vedere le foto è importante, oltre a rilassarci ed ascoltare con attenzione liberamente fluttuante, cercando di sintonizzarci con lo stato d’animo del paziente (Wright, 2009, 2024), sdoppiarci anche noi, e fare in modo che mentre il nostro Io gruppo-individuale si predispone a “sincizializzarsi” con quello del paziente, il nostro Io individuale cerchi invece di:
- identificare i personaggi in ogni singola foto.
- datare le foto
- contestualizzare le foto (eventi particolari? Periodi particolari? Luoghi particolari?
- osservare l’atmosfera emotiva della scena
- osservare le relazioni dei personaggi (una mamma che tiene in braccio un bambino che piange…Una persona che sorride solo con alcune persone nelle foto in cui è presente… e così via).
- aiutare il paziente ad esplorare la significatività psicologica delle foto
- valutare l’accettabilità sociale delle foto (perché poi si dovrà cercare di aiutare il paziente a scartarle dal video qualora non fossero accettabili…
- Cercare di aiutare il paziente ad elaborare gli aspetti critici emersi dalle foto socialmente inaccettabili ma significative.
- individuare eventuali buchi temporali nella narrazione fotografica (ad esempio un vuoto di fotografie per un periodo molto lungo…) o la mancanza di una figura familiare importante che, teoricamente, avrebbe dovuto essere presente.
- Aiutare il paziente, alla fine del lavoro sulle foto, a numerarle per poterle inviare in ordine all’artista multimediale.
Riporterò ora una vignetta clinica che illustra alcune di queste situazioni su cui si impegna il nostro Io individuale se il nostro Io gruppo-individuale si è sintonizzato con quello del paziente. Siamo in un momento particolarmente emozionante di un gruppo di training di psicoterapia multimediale che si è svolto nel 2009 nell’ambito del Master di II Livello in Psico-Oncologia (Psicoterapia Multimediale) della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. In questo gruppo, in cui un’allieva aveva assunto il ruolo di paziente ed io di terapista, stavamo facendo una seduta delle foto. Dopo averne viste una serie, io mi accorsi che c’erano alcune foto in cui l’allieva/paziente era in braccio alla madre ma piangeva… Il gruppo interagiva con l’allieva/paziente senza commentare questo fatto per cui, dopo un po’ di tempo, decisi di chiederle, delicatamente, se si fosse accorta che aveva portato delle foto in cui lei, bambina, piangeva… e se non pensava fosse il caso di non metterle nel video, visto che le foto che aveva portato erano davvero tante, sicuramente più della quarantina che di solito vengono utilizzate per produrre l’oggetto della memoria, e quindi se ne potevano tranquillamente scartare alcune, se
non erano opportune. L’allieva, sinceramente sorpresa, negò decisamente… e tutto il gruppo si schierò con lei negando che lei avesse portato delle foto in cui piangeva… Ovviamente non ebbi difficoltà, trattandosi di foto cartacee che stavano al centro del tavolo intorno a cui eravamo seduti, a recuperarle nel mucchio e farle rivedere a tutti… Stupore generale! Nelle foto che stavo facendo rivedere la bambina piangeva veramente, non c’era alcun dubbio, e proprio in braccio alla madre!
Ci fu un lungo momento di profondo smarrimento e di silenzio assoluto…
Poi l’allieva/paziente cambiò espressione del volto, sorrise, e ci svelò l’arcano: “Ma no, non piangevo veramente… Ora mi ricordo… ora vi spiego… Dovete sapere che da bambina io ero molto vivace ed ero sempre in movimento… soprattutto nelle feste di famiglia. Quando veniva il momento delle foto… me n’ero scordato ma ora lo ricordo benissimo… io cominciavo a piangere perché dovevo stare ferma e mettermi in posa… e non mi andava per niente! Così mi mettevo a piangere e mia madre mi prendeva in braccio! Infatti, se ci fate caso, mia madre sorride… lo sa che io non piango sul serio, che è solo un capriccio per la voglia di andare a giocare invece di star ferma in posa… A quei tempi bisognava stare fermi, se no le foto venivano mosse!”
La tensione del gruppo si sciolse così magicamente in una risata generale. L’allieva/paziente riprese allora a parlare, questa volta con aria molto seria e riflessiva: “Vorrei metterle nel video queste foto, perché ora capisco che mostrano un aspetto molto importante del mio rapporto con mia madre. Lei da sempre mi ha aiutato a sdrammatizzare, a non piangere, metaforicamente, per delle sciocchezze, ad essere contenta della vita…”
Vediamo ora le sedute delle foto di un altro caso clinico, seguito da una nostra psicoterapeuta DREAMS che ha ormai al suo attivo un buon numero di casi trattati da lei con la psicoterapia multimediale: la Dr.ssa Elisabetta Corona. Il testo che la mia ex allieva, oggi collega e collaboratrice, mi ha affidato è stato ovviamente rivisto da me per renderlo sintonico con tutto il nostro e-book che è il frutto dell’impegno di un team interdisciplinare che ama condividere le esperienze cliniche nell’ambito della nostra Scuola di Psicoterapia S.I.P.S.I. e della nostra cooperativa sociale DREAMS onlus.
Il caso di Agata
“Ho iniziato a seguire nel 2019 una paziente che chiamerò Agata per motivi di privacy e di riservatezza. Agata è una signora di 72 anni che mi è stata inviata dal prof. Nesci presso il policlinico Gemelli dove lavoravo in quel periodo. Agata arriva da me molto angosciata per la morte del marito, avvenuta 8 mesi prima per un tumore ai polmoni. Iniziamo i nostri colloqui a cadenza settimanale sapendo già che il lavoro che poi andremo a fare sarà una psicoterapia multimediale perché è con questa indicazione che il prof. Nesci me l’ha inviata. Agata è una donna minuta, di buone maniere, gentile, educata. È una persona che per tenersi impegnata dopo la morte del marito passa le domeniche come sorvegliante alle mostre, controllando che i visitatori non si avvicinino troppo alle opere d’arte e fornendo loro informazioni qualora vengano richieste. Questo ‘lavoretto’ le è utile per arrotondare la sua pensione, che è molto modesta. I primi colloqui sono stati caratterizzati da intense emozioni da parte di Agata che si abbandonava, soprattutto all’inizio della terapia, a dei pianti inconsolabili che occupavano l’intera seduta. Agata provava un forte senso
di solitudine e d’abbandono. La sua vita non aveva più senso senza il marito. Con lui condivideva tutto, e la sua perdita le aveva creato un grande vuoto, una profonda ferita.
Agata era stata operata per un tumore all’utero due mesi dopo la morte del marito nel dicembre 2018. Mi parla molto di lui, di come erano legati e di come vivevano in simbiosi. Hanno sempre lavorato insieme in un piccolo negozio a conduzione familiare. Il marito era il terzo di nove figli ed era nato in una famiglia con scarse risorse economiche.
Dai racconti di Agata emerge che lei aveva già avuto un grande lutto. Sua madre, infatti, era morta durante un terremoto nel 1971 in un piccolo paese. Era rimasta intrappolata dentro casa e morì sotto le macerie, mentre il padre si salvò perché in quel momento era fuori. In quell’epoca Agata era incinta del suo unico figlio, che nacque poco dopo. Il padre di Agata, rimasto vedovo dopo la tragedia, andò a vivere insieme a loro a Roma.
La vita di Agata con il marito fu una vita molto felice e spensierata, piena di musica, feste e canzoni. Il marito era un musicista, suonava la chitarra componeva canzoni e cantava i classici stornelli romani.
Il marito di Agata, Antony, era una giovane promessa della musica che andava di moda negli anni ’60, ai tempi di Little Tony e di Edoardo Vianello. Antony proveniva da una famiglia di musicisti autodidatti, tutti molto appassionati di musica. Praticamente lui è cresciuto con il padre ed i fratelli. Ognuno di loro suonava uno strumento: il padre, che era stato il loro insegnante, suonava il violino, Antony suonava il basso e cantava. Tutti insieme avevano creato una band conosciuta in quegli anni nella provincia di Roma. Avevano anche inciso dei dischi e parteciparono addirittura ad un film con Alberto Sordi. Antony incise anche dei dischi come solista.
Agata ed Antony si conobbero alla festa del paese, vicino Roma, dove lui suonava e cantava per l’occasione. Si conobbero in quel contesto e si fidanzarono subito. Lei aveva appena 18 anni, lui 24. Per Agata fu il suo primo ed unico amore. Antony aveva molte ragazze che gli andavano dietro ma s’innamorarono subito e si sposarono nel ’69, dopo circa tre anni di fidanzamento. Iniziano la loro vita spensierata andando ogni fine settimana con il furgoncino del negozio, dove caricavano gli strumenti musicali della band, alle feste paesane dove lui suonava e cantava insieme ai fratelli.”
La scelta delle foto
“Dopo circa sei mesi di terapia, iniziamo il lavoro della multimediale. Agata si fa aiutare dal figlio a scannerizzare le foto e le porta in seduta con una pennetta che utilizziamo per vederle insieme, al computer. Con mia sorpresa, le foto che Agata porta in seduta sono circa 200 mentre la consegna era di portarne circa 40. Il materiale era tantissimo! iniziamo insieme il lavoro di scelta delle foto, che impegnerà tutto il tempo della seduta e si prolungherà per più sedute. Agata ha difficoltà a scegliere e soprattutto ad eliminare le foto. Capisce che dobbiamo arrivare a 40, ma per lei non fu un’impresa facile. Agata vorrebbe metterle tutte, ma per la multimediale le foto devono corrispondere per il montaggio al tempo della musica. Si può metterne di più (soprattutto se il paziente sceglie più di un brano musicale) ma in generale si è visto che una quarantina di foto sono un numero ottimale per un video con un’unica canzone (o brano musicale) come colonna sonora.
Pian pianino cerco quindi di aiutarla ad individuare quelle più significative per comporre la storia di Antony e la loro vita insieme. Per agevolare il lavoro ad Agata le dico che potremmo suddividere le foto associandole a dei temi: per esempio l’infanzia di Antony, la band, il fidanzamento, il matrimonio, la nascita del figlio e così via. Le prime foto rappresentano così Antony a 7-8 anni circa con la chitarra che inizia a suonare con il padre alle feste di paese. Effettivamente in questo modo per Agata è più semplice lavorare sulle foto e scegliere quali scartare. Agata inizia così a mettere ordine nel flusso dei suoi ricordi e dei suoi pensieri. Dalla nuova visione delle foto emerge intanto un aspetto della personalità di Antony che non era emerso nei colloqui e cioè il suo amore verso il figlio, una dedizione ed un affetto speciale. Oltre a questo tema emergono anche altri motivi importanti: l’amore per il mare e per la sua terra d’origine, dove trascorrevano le vacanze ogni anno.
Nel lavoro vengono inseriti anche degli articoli di giornale dove Antony viene descritto come una giovane promessa della musica italiana. Agata, infatti, è molto orgogliosa di questo momento di piccola celebrità vissuto dal marito in gioventù. Alcune foto ritraggono Antony con la prima moto, con la prima macchina, eccetera. Tutte queste foto sono ricordi vivi in Agata che ritrova con me, in seduta, il dispiegarsi di una vita piena e intensa con Antony. I ricordi piacevoli e il grande amore vissuto con Antony prendono il posto del dolore intenso ed inconsolabile del vuoto lasciato dalla sua morte. Agata, attraverso la condivisione delle foto nella psicoterapia multimediale recupera dentro di se tutti quei sentimenti belli che aveva condiviso con lui.”
Le foto scartate
“Nella psicoterapia multimediale le foto scartate hanno spesso un significato profondo, che è bene non trascurare. Una delle foto in particolare che all’inizio Agata voleva inserire era quella dove Antony ha la sigaretta in mano e fuma la sua prima sigaretta. In prima battuta Agata era contenta di inserirla nel lavoro, descrivendola come una foto importante perché Antony era diventato “adulto” con la sigaretta in bocca. In seguito, invece, Agata cambia idea. Quella foto non le piace più. Le ricorda troppo il motivo della morte di Antony e la sua malattia (tumore ai polmoni). Rivedere quella foto ora la faceva soffrire in quanto l’associava alla malattia oncologica che lo aveva strappato a lei.”
Riflessioni conclusive
“Con Agata, ci volle molto tatto, faceva tanta tenerezza, io dovevo stare al suo fianco per
accogliere tutto il suo dolore con grande rispetto e facendo degli interventi con la delicatezza
di una farfalla, senza invadere troppo la sua privacy. Vorrei concludere con grande emozione con
un biglietto che Agata porta in seduta che le aveva scritto Antony durante il fidanzamento e che lei custodiva gelosamente: ‘ANCHE SE MOLTO LONTANO, SEMPRE E NON IMPORTA DOVE, T’AMERÒ CON TUTTO IL MIO AMORE.’”
Bibliografia
Bohm, T. (1992) Turning Points and Change in Psychoanalysis. The International Journal of Psychoanalysis, 73(4): 675-684.
Nesci, D.A. (2012) Multimedia Psychotherapy. Lanham: Jason Aronson.
Rank, O. (1914) Der Doppelganger: Eine Psychoanalytische Studie. Leipzig: Internationaler Psychoanalytischer Verlag, 1925.
Stern, D. (1985) The Interpersonal World of the Infant. New York: Basic Books. Edizione italiana: Il mondo interpersonale del bambino. Torino: Boringhieri, 1987.
Winnicott, D.W. (1971) Playing and Reality. London: Tavistock. Edizione italiana: Gioco e Realtà, Roma: Armando Editore (1974).
Wright, K. (2009) Mirroring and Attunement: Self-Realization in Psychoanalysis and Art. London: Routledge. Edizione italiana: Rispecchiamento e sintonizzazione. La realizzazione del Sé in Psicoanalisi e nell’Arte. Roma: Alpes Ed















