Capitolo 3 (Il terzo step: le sedute della musica)

Le sedute della musica sono quelle a più alto contenuto emotivo perché l’udito, a differenza della vista, ci pone a diretto contatto con l’altro. La musica è fatta di onde sonore che letteralmente e concretamente ci “toccano” non solo nelle orecchie ma in tutto il corpo che entra in vibrazione, come quando i fuochi d’artificio ci fanno sussultare con i loro scoppi… L’udito poi, si sviluppa molto presto nel corso dello sviluppo prenatale, in utero, al punto che i feti umani sentono benissimo ed i neonati addirittura ricordano brani musicali ascoltati nella vita prenatale e riconoscono le voci familiari. Non è quindi prudente iniziare con l’elemento più emotivamente coinvolgente, ma è bene arrivarci solo dopo aver fatto un lavoro preliminare su un canale (quello visivo) che è più distanziante. Per questo motivo è importante, anche quando i pazienti dicono di avere già in mente la musica per il loro video, prima ancora di portare le foto dell’oggetto d’amore perduto, insistere che seguano invece i passaggi rituali e condividano con noi la scelta della musica solo dopo aver completato la scelta delle foto. Anche perché (possiamo giustificarci così con i nostri pazienti precipitosi) la musica dovrebbe diventare la colonna sonora di quelle immagini…

Un altro aspetto che va preso in considerazione preliminarmente è quello del setting. Se stiamo lavorando in presenza avremo la possibilità di ascoltare insieme al paziente le musiche che ci proporrà. Basterà infatti che il terapista vada su Internet (magari su YouTube) ed entrambi potranno ascoltare insieme il brano scelto dal paziente sul computer del terapista. Non solo, il terapista potrà anche, con la stessa facilità, recuperare in rete le parole della canzone (ci sono molti siti come lyrics.com che le forniscono) ed analizzarle col paziente… Un lavoro simile può essere fatto anche sulla storia della canzone, sugli autori delle parole e della musica, sull’eventuale esistenza di più edizioni in lingue diverse, e così via… si scopriranno così interessanti dettagli su cui il paziente e il terapista potranno associare liberamente…

In questo lavoro si verrà a creare nuovamente un’atmosfera collaborativa, simbiotica, in cui fenomeni di rispecchiamento e di sintonizzazione (Wright, 2009) saranno facilitati e rinforzeranno la qualità della relazione e l’alleanza terapeutica.

Se la terapia si svolgerà online non sarà semplice riuscire ad ascoltare insieme uno stesso brano musicale con una buona qualità audio. Bisognerebbe entrambi avere spotify o apple music e fare shareplay durante la videochiamata… In realtà, devo dire che questo non è mai stato un problema di tale rilievo da compromettere il lavoro: se il terapista ed il pazienteusano un microfono che riproduce anche i suoni ambientali della stanza, anche se con qualità scadente, entrambi possono ascoltare la canzone o il brano musicale scelto dal paziente.

Un’altra raccomandazione che vorrei fare ai futuri terapisti è quella di non avere fretta nelle sedute della musica. Si può essere tentati di scegliere subito, assecondando la prima indicazione del paziente, mentre dovremmo fare tesoro dell’esperienza che abbiamo già fatto nelle sedute delle foto, in cui, spesso, alcune foto scelte in un primo momento vengono poi scartate e sostituite con altre, in un momento successivo. Approfitterò di nuovo del caso di Piero per esemplificare questa dinamica e valorizzare, al tempo stesso, l’estrema utilità delle musiche scelte all’inizio e poi
scartate ma non per questo meno utili di quella scelta alla fine per l’oggetto della memoria. Non dimentichiamoci che la Psicoanalisi è la scienza del riciclaggio degli scarti (mi riferisco agli scarti della coscienza, ovviamente) e dunque che gli scarti sono sempre preziosi, nel nostro lavoro.

Cosa fa il terapista durante le sedute della musica?

Come nelle sedute delle foto, il terapista si predispone ad accogliere e condividere i materiali portati dal paziente. Il modo stesso con cui il paziente li porta è sempre significativo; quindi, è meglio lasciare libero il paziente di muoversi come crede. Se però è il paziente stesso a chiederci come procedere, allora possiamo sicuramente suggerire di cercare di associare una canzone o un brano musicale con le foto che ha portato nelle sedute precedenti. Se il paziente è comunque in difficoltà, possiamo spingerci oltre e suggerire se ha dei ricordi musicali associati con l’oggetto d’amore perduto. Oppure possiamo chiedere se c’era una canzone o una musica preferita dalla persona cara che non c’è più…

In ogni caso, mentre il paziente ci parla di canzoni o musiche che vengono in mente è importante, oltre a rilassarci ed ascoltare con attenzione liberamente fluttuante, cercando di sintonizzarci con lo stato d’animo del paziente (Wright, 2009), sdoppiarci anche noi, ma in modo cosciente. Dobbiamo cercare di entrare in uno stato di coscienza in cui mentre il nostro Io gruppo-individuale si predispone a “sincizializzarsi” con quello del paziente, il nostro Io individuale cerchi invece di:

  1. recuperare su Internet i brani musicali proposti dal paziente ed ascoltarli insieme nelle sedute
  2. aiutare il paziente a contestualizzarli (sono associati ad eventi particolari? Periodi particolari? Luoghi particolari?)
  3. aiutare il paziente ad esplorare l’atmosfera emotiva e la significatività psicologica delle musiche scelte
  4. recuperare il testo della canzone, se il paziente ha proposto una canzone, e leggerlo insieme per scoprirne i significati
  5. cercare online eventuali cover della canzone ed analizzarne insieme al paziente le tematiche e le emozioni che suscitano
  6. cercare online notizie sull’origine della canzone (o del brano musicale) avendo in mente la possibilità che ci siano coincidenze significative ed analogie con la storia del paziente e della sua relazione con l’oggetto d’amore perduto.
  7. Aiutare il paziente a scegliere alla fine un solo brano musicale o una sola canzone perché ci siamo resi conto che il video viene poi visto più spesso dai pazienti ed ha un effetto riparativo maggiore quando si è scelto un unico brano come colonna sonora e quando la musica stessa ha un andamento narrativo che ha un inizio uno sviluppo ed una conclusione ben delineati e tali da comunicare un vissuto di completezza esperienziale in sintonia con le finalità riparative della terapia.

Prima di lasciare spazio alle esperienze dei miei collaboratori, riporterò una vignetta clinica che illustra alcune di queste situazioni su cui si impegna il nostro Io individuale se il nostro Io gruppo-individuale si è sintonizzato con quello del paziente. Di nuovo farò riferimento a Piero perché nelle sue due sedute della musica le dinamiche del mirroring e dell’attunement tra paziente e terapista
sono state particolarmente evidenti. Poi riprenderò il caso di Agata, con le sue molteplici sedute della musica… ed infine introdurrò un altro caso seguito da un’allieva che si sta ancora formando nella mia Scuola.

Le sedute della musica di Piero

Nella sua prima seduta della musica Piero aveva scelto subito una canzone di Adriano Celentano: “Azzurra… Azzurro… Non è neanche sua la canzone… è di Paolo Conte…”

Riesco, non senza fatica, a trovare un’edizione della canzone su YouTube ed ascoltiamo la voce di Celentano che si lamenta che “lei se n’è andata per le spiagge ed io son solo quassù in città” e poi canta sconsolatamente “mi accorgo di non avere più risorse senza di te” per cui prende “il treno dei desideri” ma questo “all’incontrario va” per cui lo riporta nell’infanzia…

Faccio notare al paziente che il testo che ha scelto dice che il protagonista è “senza di te…” Piero mi interrompe dicendo che per lui ha un valore diverso, è un ritorno all’infanzia… ai suoi genitori… Mi accorgo ora, riascoltando la registrazione della seduta, che ci siamo scambiate le parti: ora io dico che lui è depresso perché è stato lasciato dalla donna mentre lui dice a me che è depresso perché è ritornato al lutto dell’infanzia! Me ne accorgo in un momento successivo perché in seduta sono preso da un mio agito interessante. Io concordo con lui (cioè gli do ragione ma in realtà do ragione a me stesso ed alla mia ipotesi di partenza, che lui è depresso perché ha spostato sulla donna un lutto più antico, dell’infanzia, appunto) e però mi confondo dicendo che il cantante poi dirà “catrame e cemento”. Piero subito si mette a ridere e mi interrompe dicendo che no, quelle sono parole de “Il ragazzo della Via Gluck” di Celentano… Io rido con lui e tento di riprendermi dicendo che non mi ero mai accorto che “Azzurro” parte con lui che è rimasto solo e vorrebbe andare da lei ma che in realtà vorrebbe tornare all’infanzia… Piero non mi fa neanche finire le mie giustificazioni e taglia corto dicendo che avrebbe dovuto scegliere “Il ragazzo della via Gluck” perché in realtà ha nostalgia dell’infanzia… “è più vera per quanto mi riguarda…”

Ci troviamo così a vivere, interessantemente, entrambi, un momento di spaesamento: io scambio una canzone per l’altra e le fondo insieme, lui cambia scelta sostenendo che quella che aveva scelto lui (ed in cui riconosceva la perdita della donna amata oltre che della sua infanzia) non era adatta al suo caso perché in realtà era “più vera” quella che avevo ricordato io (“Il ragazzo della via Gluck”) in cui voleva tornare al suo mondo dell’infanzia (e che corrispondeva alla mia ipotesi che la sua depressione fosse dovuta alla perdita della madre e non della compagna). Piero insiste: “Io giocavo veramente in mezzo ai prati” (come ne “Il ragazzo della via Gluck”) e quindi ora vuole scegliere questa… ma io non sono convinto, mi sembra che ora stia facendo questa scelta per compiacermi e non per convinzione…

Mi metto allora a cercare le parole di “Azzurro” su Internet… ma non le trovo… e poi quelle de “Il Ragazzo della via Gluck”… e di nuovo non le trovo, ma trovo invece la canzone e la cominciamo a sentire. A questo punto, inaspettatamente, il paziente si mette a piangere… così ascoltiamo la canzone in silenzio, fino alla fine… “Dottò scelga lei…” mi fa Piero… “Io so’ troppo coinvolto, piango pe’ gnente…” Gli dico di no, che deve scegliere lui… poi riassumo quello che è successo: che lui ha pensato ad una canzone in cui c’era il tema della perdita di una donna e dell’infanzia e
che io l’ho confusa con un’altra in cui c’era il tema della perdita dell’infanzia e dell’ambiente originario, la casa in mezzo al verde della via Gluck… e lui ha detto che l’aveva pensata anche lui… ed io gli ho ricordato che avevo fatto l’ipotesi che la perdita della compagna fosse stata così dolorosa non tanto per la persona in sé (di cui avevamo visto nelle sedute precedenti i molti difetti) quanto perché, in lei, lui aveva trasferito tutta la sua vita affettiva per cui, perdendola, ora si sentiva svuotato di tutto… Poi gli ripeto che il nostro lavoro con le foto e la musica è quello di recuperare i veri oggetti d’amore, sia quelli perduti per sempre (il papà che gli ha regalato la batteria, la mamma che gli ha voluto bene) sia quelli presenti (il figlio e la ex moglie che si preoccupano per lui vedendolo così depresso) e che sono questi gli affetti suoi autentici che deve recuperare o di cui deve elaborare la perdita recuperandoli dentro di sé, nel suo mondo interiore, se non ci sono più nel mondo esterno reale.

Lui dice che ci proverà anche se è preoccupato che sta ancora male… io gli dico di continuare a pensare alla musica, perché nella prossima seduta possiamo tornare sul tema e può sceglierne un’altra… “Anche perché – gli dico – lei è musicista… e magari potrebbe recuperare anche qualche vecchia registrazione di quando suonava…” Lui insiste che non ha nessuna registrazione di quando suonava e ritorna sul tema di aver fatto una bellissima vita, di aver avuto una bellissima infanzia, una bellissima giovinezza… una vita scintillante… “forse sto pagando per questo…” Lo rassicuro che non è così e gli dico che è bene non avere fretta e prenderci tempo e quindi che ci rivediamo la settimana prossima per decidere definitivamente la canzone per la colonna sonora del suo video.

La volta successiva mi ringrazia di avergli dato tempo perché dice che ha trovato la musica giusta. Ora non ha dubbi: è una musica che lo ha sempre commosso tantissimo, e me la segnala in modo che riesco a trovarla subito sul sito di YouTube. Si tratta di “C’era una volta il West” di Ennio Morricone, un brano musicale senza parole. Andiamo su Internet per approfondire la storia del film, ne leggiamo la trama, e restiamo colpiti dal fatto che il protagonista si chiama “Armonica” e che questo strumento musicale gioca un ruolo fondamentale nella storia. In sintesi, la trama del film si muove su due piani: da un lato Sergio Leone (che l’ha concepito con Bernardo Bertolucci e Dario Argento e ne ha poi scritto la sceneggiatura con Sergio Donati) voleva recuperare le tracce della nascita della nazione americana, per cui ci ritroviamo ai tempi della costruzione delle grandi ferrovie e delle lotte di potere correlate, dall’altro seguiamo una vicenda tragica in cui, solo alla fine del film, in un flashback, vediamo che il protagonista vuole vendicare l’assassinio del fratello che era stato ucciso molti anni prima da uno dei “cattivi” del film. Lo strumento musicale dell’armonica (ed il suo suono) non solo danno il nome al protagonista ma sintetizzano la scena del delitto e la scena della vendetta. In entrambe l’armonica ha un ruolo fondamentale… trasforma l’angoscia di morte del protagonista (a cui l’assassino del fratello aveva messo in bocca un’armonica) in suono… così come trasforma in suono l’ultimo respiro dell’assassino al quale, dopo averlo colpito a morte, è Armonica questa volta a mettere in bocca un’armonica per fargli capire che lui è il fratello della sua vittima di tanti anni prima e che lo sta uccidendo per vendicare suo fratello.

Cerco allora di restituire a Piero un significato alla sua commozione per questo brano musicale senza parole ma cantato da una voce femminile bellissima, quasi soprannaturale… Gli propongo che è una soluzione artistica al dolore infinito della finitudine (Oremland, 2005) che ha provato per la morte della madre, che è il superamento dell’idea della vendetta che invece ha provato quando è stato lasciato dalla donna con cui aveva avuto una relazione così lunga e così ambivalente.

Mi guarda con lo sguardo di uno che non capisce… e forse davvero non capisce cosa cerco di dirgli… ma di fatto, dalla seduta successiva, il suo umore sarà sorprendentemente migliorato. Del resto, anche nel caso di Agata le sedute della musica sono state come un balsamo per il suo dolore, pur così diverso da quello di Piero.

Le sedute della musica di Agata

Il caso di Agata ci fa vedere che queste sedute possono diventare molto numerose ed occupare un lungo tratto del percorso di una psicoterapia multimediale, a differenza del caso di Piero. Le sedute della musica di Agata sono state tante perché, come era già avvenuto con le sedute delle foto, la paziente porta all’ascolto ben nove brani, tra cui uno registrato dal vivo con la voce di Antony che parla mentre fa delle prove di registrazione. La musica che stava registrando era “Giochi proibiti”, un notissimo assolo di chitarra. Come racconta la Dr.ssa Corona, la nostra psicoterapeuta della DREAMS: “ascoltiamo insieme tutto, tutti i brani musicali portati da Agata e che sono tutti eseguiti da Antony.”

Questo bisogno di Agata, di condividere con la sua terapeuta l’ascolto di nove brani musicali è molto significativo, soprattutto considerando che la paziente, come spesso accade, sapeva già, fin dall’inizio, quale brano avrebbe scelto tra quelli che ha voluto portare nelle sedute. Si tratta di un brano musicale eseguito da Antony che s’intitola “Appassionatamente”. L’ascolto del brano scelto, solo strumentale, senza parole, crea un’atmosfera speciale in seduta… La musica ci porta infatti in un universo preverbale. Ed è in questo paesaggio sonoro (Gillgren, 2011, 2017) che Agata vive e fa vivere alla terapeuta, sintonizzata con lei, un’esperienza vitale ed autentica. Ogni ascolto dei brani era accompagnato da Agata che li canticchiava divertendosi: il clima delle sedute era completamente trasformato ed Agata era più serena e meno angosciata. La psicoterapia multimediale ci porta così, nelle sedute della musica, tutto il valore aggiunto del potere terapeutico della musica, che è ben documentato in ogni ambito (Perlovsky, 2017) oltre che, specificatamente, nel trattamento del lutto (O’Callagan, 2016).

Ma è tempo di portare un nuovo caso, questa volta seguito da una specializzanda della nostra Scuola di psicoterapia, la Dr.ssa Claudia Margutti, per arricchirci con un’altra esperienza clinica. Anche in questo caso useremo uno pseudonimo per il paziente ed io rimaneggerò il testo che mi è stato affidato dalla Dr.ssa Margutti.

Il caso di Mario

Mario ha fatto nove sedute delle foto… tantissime. Nell’ultima di queste riesce finalmente a soffermarsi, insieme alla nostra specializzanda, sulla scelta della musica per la terapia multimediale ed emerge il desiderio di trovare una colonna sonora senza un testo e senza una voce umana. Nel mio manuale di psicoterapia multimediale (Nesci, 2012) avevo ipotizzato, grazie all’esperienza dei miei primi casi, che questa scelta fosse fatta da pazienti che si erano sentiti “costretti” nella vita, non liberi di muoversi nel corso del loro sviluppo e del loro successivo percorso esistenziale, anche in età adulta. La scelta musicale di Mario sembrerebbe rientrare in questa situazione, essendo nato da un padre militare (che era stato cresciuto in un collegio) e da una madre con importanti problematiche
psichiatriche, circostanze queste che lo hanno profondamente gravato di responsabilità. In seduta Mario racconta: “sono libero se mi lascio trasportare dalla musica, non penso alle parole… se è successo qualcosa sono le parole che ricordano, come La canzone dell’amore perduto di De Andrè, Era già tutto previsto di Cocciante o Margherita che sentivo in relazione ad un amore perduto in gioventù, che mi tradì col mio migliore amico.” Le parole dunque possono tradire… la musica sola, per Mario, è più “leggera”, è più autentica.Il paziente associa poi il potere evocativo della musica a quello degli odori parlando del benessere che prova quando torna in un luogo dell’infanzia, in un piccolo paese: “Quando vado giù mi sento avvolto in un abbraccio, la sera mentre si passeggia… ci si riconosce per strada e per me sarebbe una soddisfazione conoscere tutti i parenti e tutti i nipoti… la maternità lì è di tutti”.
I ricordi del paziente, nelle sue sedute della musica, ci riportano così all’universo arcaico del gruppo delle madri descritto da Briffault (1927) dove non esiste neppure il singolare della parola madre perché l’istituzione della comunità è fondata su un materno che è necessariamente solo plurale perché, se una madre moriva di parto nel villaggio, tutte le altre donne che avevano il latte si sarebbero prese cura del neonato orfano. Nelle parole di Mario: “la maternità lì è di tutti…”
“Nel paese ci si guarda in faccia” – dice Mario alla sua terapeuta. Come dire che ci si rispecchia nel volto dell’altro…
Rispetto alla musica per l’oggetto multimediale Mario propone Albinoni e Vivaldi. A questo proposito ricorda che ascoltava sempre le quattro stagioni dopo aver conosciuto il primo amore. Di questo primo amore da cui è stato tradito e abbandonato parla molto nelle sedute della musica. De “Le quattro stagioni” di Vivaldi dice che “quel brano mi porta a sentire la pioggia, il vento… mi dà sensazioni di leggerezza”. Mario poi si sofferma sulla colonna sonora di un film di guerra “L’impero del sole” del regista Steven Spielberg. Ricorda la storia del protagonista, un bambino rimasto orfano, in un campo di profughi in Giappone, durante la seconda guerra mondiale, forse associando le difficoltà di quel ragazzino a quelle che hanno segnato la vita del padre, rimasto anche lui orfano.
Viaggiando nei suoi ricordi il paziente si sofferma sulla musica di un carillon, un oggetto che suo padre aveva regalato alla moglie, e canticchiando quelle parole “tu sei romantica” scoppia in un pianto sconsolato, che la nostra allieva cerca di accogliere rimanendo in silenzio.
Come spesso avviene, il clima emotivo delle sedute, che è già sempre “caldo” sin dalle sedute delle foto, diventa ancora più coinvolgente nelle sedute della musica che si caratterizzano quindi per una profonda sintonizzazione tra paziente e terapeuta… nella seconda seduta, infatti, il paziente ricorderà di nuovo l’episodio del tradimento e dell’abbandono da parte del suo primo amore ma, soprattutto, il suicidio della madre, al culmine della sua depressione. Un fatto che aveva taciuto nelle sedute di psicoterapia “classiche” e che era affiorato solo durante le sedute delle foto… Significativamente, è solo in un clima musicale che questa tragedia può trovare un ulteriore contenimento ed essere condivisa completando il quadro che era emerso quando, nelle sedute delle foto, Mario aveva rivelato esplicitamente che a casa sua la depressione della mamma creava un’atmosfera mortifera… e che lui aveva “bisogno di leggerezza”. Riprendendo il tema della scelta della musica, Mario sottolinea che “le quattro stagioni di Vivaldi” lo riportano al ricordo del suo primo amore ed alle estati nel piccolo paese quando, il sabato sera, dai terrazzi delle case, si sentiva “la musica da struscio”.
Nella successiva seduta della musica Mario seleziona, con l’aiuto della terapeuta, altre tre foto: una in cui è in braccio alla mamma, una in cui è per mano con la mamma, ed una in cui lui ha un occhio nero ed un vestito nero, per la sua prima comunione, e la madre ha il viso velato di tristezza…
E qui riprende il tema della scelta della musica per la creazione dell’oggetto della memoria, e dopo aver ascoltato insieme alla nostra specializzanda, il brano della colonna sonora del film “L’impero del sole”, il paziente sembra convinto che questa ninna nanna di origine celtica possa essere quella giusta, anche se prova una certa delusione rispetto al fatto che non sia un inno militare, come lui credeva, ma piuttosto una canzone per fare addormentare i bambini… Lui del resto ha sofferto di insonnia fin dalla più tenera infanzia…
La nostra allieva rivelerà, in una supervisione di gruppo sul caso di Mario, a Scuola, che anche lei aveva pensato la stessa cosa di Mario, quando lui parlò per la prima volta di questo brano. Aveva
anche ricordato che il padre di Mario era stato un militare della Marina e aveva combattuto durante la Seconda guerra mondiale e spesso aveva dovuto decidere chi far salire sulle scialuppe di salvataggio e chi no, trovandosi di fronte alla sofferenza e all’angoscia di morte.
Mario non riesce a collegare il senso di una ninna nanna con la tragicità di chi, nel film, andava a morire come Kamikaze, ma, riflettendo con la sua terapista, grazie anche alla traduzione in inglese delle parole che accompagnano questa melodia, i due riescono a pensare che ci sia poi un abbraccio materno ad accompagnarli ed aspettarli alla fine di tutto, rendendo questo destino tragico più sopportabile. Tradurrò per voi, in italiano, alcuni dei versi di questa ninna nanna antica…

Lasciati andare alla mia ninna nanna
Tiepido e morbido è il mio petto
Il braccio della mamma ti accarezza con amore
Benedicendo il tuo riposo
Nulla questa notte ti allarmerà
Nessuno ti farà del male, non temere
Dormi tranquillo, sii contento
Sul petto della tua mamma, mio caro
Qui stanotte io ti tengo stretto
E ti abbraccio mentre dormi…

Paziente e terapeuta hanno ascoltato insieme, online, alcune versioni di questa ninna nanna, su YouTube, cantate da voci sia femminili che maschili, ma la preferenza di Mario rimarrà per una voce maschile. Era il padre, del resto, “il faro” e “l’àncora” per il paziente…
Nella psicoterapia multimediale, Mario ha ritrovato questo oggetto d’amore primordiale, simbiotico, da cui si è sentito confortato rivivendone il rapporto in una nuova edizione con la terapeuta che gli ha fornito quella “esperienza emozionale correttiva” (Alexander, 1946) di cui aveva bisogno per pacificarsi con sé stesso e col mondo. Quando la psicoterapia raggiunge livelli profondi, il terapista, nel transfert, non è né padre né madre, né maschio né femmina: nec uter (né l’uno né l’altro) è, letteralmente, neutro. Nella fantasia inconscia del paziente viene ad incarnare l’imago placentare (Nesci, 1991). Ma di questa imago parleremo altrove, in un altro nostro libro…

Bibliografia

Alexander, F. (1946) “La esperienza emozionale correttiva” (capitoli 2, 4 e 17 del libro di Franz Alexander, Thomas M. French et al., Psychoanalytic Therapy: Principles and Application. New York: Ronald Press).
Briffault, R. (1927) The Mothers. London: McMillan & Co.
Gillgren, P. (2011) Siting Michelangelo’s Last Judgement in a Multimedia Context: Art, Music, and Cerimony in the Sistine Chapel. Konsthistorisk Tidskrift 80(2):65-89.
Gillgren, P. (2017) Siting Michelangelo: Spectatorship, Site Specificity and Soundscape. Lund, Nordic Academic Press.
Nesci, D.A. (2012) Multimedia Psychotherapy: A Psychodynamic Approach to Mourning in the Technological Age. Lanham, Jason Aronson.
O’Callagan, M. (2016) “Music therapy in grief and mourning”. In: Edwards J (ed). The Oxford Handbook of Music Therapy. Oxford: OUP, 2016.
Oremland, J.D. (2005) Death and the Fear of Finitness in Hamlet. San Francisco: Lake Street.
Perlovsky, L. (2017) Music, passion, and cognitive function. London: Academic Press.
Wright, K. (2009) Mirroring and Attunement: Self-Realization in Psychoanalysis and Art. London: Routledge. Edizione italiana: Rispecchiamento e sintonizzazione. La realizzazione del Sé in Psicoanalisi e nell’Arte. Roma: Alpes Edizioni.