Capitolo 8 (la formazione dei terapisti multimediali)

Concluderò il nostro lavoro con un breve accenno alla formazione dei futuri psicoterapeuti multimediali ed alle interessanti prospettive che si profilano all’orizzonte. Per insegnare la pratica della psicoterapia multimediale ai miei allievi ho seguito il metodo classico: delle lezioni teoriche, dei seminari clinici ed un percorso esperienziale. Ho inventato così un Training Group in cui uno degli allievi faceva il paziente ed io, nel gruppo, facevo il terapista in modo che tutti gli altri allievi/partecipanti potessero condividere dal vivo l’esperienza del percorso, identificarsi col collega, e, cercando di aiutarlo, aiutare anche se stessi nell’elaborazione dei propri lutti. Nella prima riunione del gruppo, infatti, ognuno doveva presentarsi e condividere un proprio lutto in modo che il gruppo potesse scegliere chi fosse la persona che avrebbe potuto diventare paziente in questa terapia “didattica”.

L’esperienza si è sempre rivelata molto coinvolgente ed è stata ulteriormente arricchita dalla partecipazione di tutti i membri del Training Group ad altre due mie invenzioni: il workshop Cinema e Sogni ed il workshop Clinica e Sogni.

Nel primo workshop, io sceglievo, con i miei collaboratori, un film in cui era possibile analizzare il tema del lutto o addirittura della sua elaborazione con una sorta di “psicoterapia multimediale” che si svolgeva nel film senza che apparentemente nessuno se ne fosse accorto. Una volta, ad esempio, ho fatto vedere il film “Up!” (un film di animazione, nato dalla collaborazione tra la Pixar e la Disney, diretto da Pete Docter e Bob Peterson, ed uscito nel 2009 e cioè nello stesso anno in cui veniva pubblicato il mio primo caso di psicoterapia multimediale sull’American Journal of Psychiatric Practice). Nel film viene narrata (tra le righe) la depressione senile del protagonista (a lutto per la morte della moglie cui era legato da un amore profondissimo, nato quando i due erano addirittura bambini) e la sua “miracolosa” guarigione nel momento in cui trova un album di foto di famiglia che lo cura restituendogli il senso della loro vita matrimoniale grazie ad una serie di immagini che il film ci fa vedere accompagnandole con le note di una musica significativamente intitolata “Married Life” (Michael Giacchino, 2009).

La scena del film ci ricorda che guardare le foto di famiglia implica inevitabilmente una rivisitazione di luoghi, e, con questa, un’evocazione di paesaggi sonori. In questo modo, siamo al centro di cosa rende la psicoterapia multimediale così efficace: ricolloca l’oggetto d’amore perduto nei suoi luoghi familiari e ricrea un paesaggio sonoro ideale (la colonna sonora del memory object) che riporta alla mente (consapevolmente o inconsciamente) i paesaggi sonori familiari originali. Nel film l’album si concludeva con l’augurio e lo stimolo, da parte della moglie, a non deprimersi dopo la sua morte, a continuare a vivere impegnandosi in nuove avventure, in nuove imprese positive… Se non avevano potuto concepire insieme un bambino, l’anziano protagonista del film aveva ora la possibilità di diventare “nonno” metaforico di un “bravo bambino” in pericolo ed impegnarsi a salvarlo! L’oggetto della memoria cinematografico aveva quindi una chiara funzione riparativa e riparava in modo esemplare il dolore del lutto che non era stato possibile elaborare.
Sono tanti i film che contengono l’intuizione della psicoterapia multimediale, confermando il fatto che questa è una cura profondamente radicata da un punto di vista antropologico, in tutte le culture umane, e quindi, proprio per questo, così efficace. Il workshop cinema e sogni, d’altro canto, si è rivelato uno strumento didattico innovativo prezioso essendo stato inventato da me proprio nel contesto dei corsi di formazione e perfezionamento in Psico-Oncologia che ho organizzato dal 1992 al 2021 nella Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Roma. Rimando quindi ad un mio articolo sull’argomento che racconta l’esperienza fatta nel 2018 con gli allievi del Corso di Laurea in Infermiere proiettando e facendo poi sognare il film Wit (La forza della mente, diretto da Mike Nichols, 2001) tratto dal lavoro teatrale di Margaret Edson (1991-92): https://www.doppio-sogno.it/wp/il-workshop-cinema-e-sogni/

Il workshop Clinica e Sogni, invece, mi è venuto in mente subito dopo l’invenzione della psicoterapia multimediale perché mi è sembrato il modo migliore per supervisionare in un setting gruppo-individuale fantasie e dinamiche inconsce del lutto sinciziale. Nel workshop Clinica e Sogni il film è sostituito dalla presentazione notturna di un caso di psicoterapia multimediale in progress e quindi delle foto e della musica scelte dal paziente, in modo che il gruppo degli allievi in formazione possa sognare e condividere al mattino successivo, in un guided social dreaming, i sogni stimolati dai materiali audiovisivi della presentazione del collega che ha portato il caso per essere aiutato.

Ovviamente questo non significa che non si facciano anche supervisioni individuali (se richieste dagli allievi in formazione o dai colleghi) ma credo sia importante sottolineare che la specificità della nuova terapia richiede anche una modalità specifica di rielaborazione del lavoro clinico che fa parte integrale del training formativo e che richiede un setting gruppale perché rimanda al funzionamento gruppo-individuale della mente.

Al momento attuale la Psicoterapia Multimediale fa parte dell’ordinamento didattico della nostra Scuola di psicoterapia SIPSI per cui, nei quattro anni della specializzazione, tutti gli allievi possono partecipare a dei seminari clinici in cui vengono rivisti, discussi (e supervisionati) percorsi di psicoterapia multimediale dei docenti e/o degli allievi. Il percorso di specializzazione presso la nostra Scuola è quindi, al momento, il modo migliore per diventare psicoterapeuti multimediali. Stiamo pensando così a rendere possibile, per chi è già psicoterapeuta e non vuole conseguire una seconda specializzazione, partecipare da uditore ad alcune delle lezioni di psicoterapia multimediale che si tengono nella Scuola, per apprendere nel modo migliore questa tecnica.

Un’ulteriore risorsa importante per una valida introduzione all’impiego della psicoterapia multimediale nell’elaborazione del lutto oncologico è stata attivata, gratuitamente, in Italia, in italiano, sul portale FCP-Pesi di Formazione Continua in Psicologia. Si è trattato di un corso in FAD sincrona che ha regalato ai partecipanti 24 crediti ECM e che, anche grazie all’introduzione entusiastica di Nancy McWilliams, è stato lasciato a disposizione di tutti, sempre gratuitamente, sul portale di FCP nell’edizione registrata. Dal 17 dicembre 2022 ad oggi, si calcola che questo corso abbia già avuto oltre 60.000 iscrizioni! Ed è ancora possibile iscriversi e partecipare in FAD asincrona, senza crediti ECM.

Il successo della psicoterapia multimediale ci dice che, oggi più di ieri, c’è un profondo bisogno di concretezza. Se anticamente la sofferenza umana veniva curata costruendo, alla nascita di un bambino, un doppio oggetto (uno da custodire in una grotta sacra, ed uno da portare sempre con sé)
di legno o di pietra, che poteva essere dipinto o inciso in modo da raffigurare immagini significative, ed al tempo stesso poteva essere fatto roteare nell’aria, legato ad una corda (il tjurunga o rombo degli Aborigeni australiani) per produrre suoni, oggi l’essere umano, sempre più solo e “spaesato” (nel senso del das unheimliche Freudiano), ha bisogno non solo di ritrovarsi, rispecchiandosi nel rituale psicoterapico, con un suo “doppio” animato (il terapista). Il paziente del terzo millennio ha bisogno anche di triangolare questa relazione con un terzo sconosciuto (l’artista) per poter ricevere, alla fine del percorso, nella fase dell’Outcome, un oggetto della memoria tangibile (anche se digitale) e riproducibile potenzialmente all’infinito, proprio per la sua natura virtuale. Qualcosa che può riempire un vuoto… e che potrà, ad un certo punto, essere lasciato attivamente ed in modo naturale, dal paziente, senza dolore, proprio come l’oggetto transizionale di un bambino che cresce.

Bibliografia

Nesci, D.A. (2023) Il workshop cinema e sogni. Doppio Sogno, dicembre 2023, https://www.doppio-sogno.it/wp/il-workshop-cinema-e-sogni/
Winnicott, D.W. (1951) Transitional objects and transitional phenomena: a study of the first not-me possession. Int J Psychoanal 1953; 34: 89-97.