Capitolo 5 (Il quinto step: la screening session)

La screening session

La screening session è sicuramente lo step più emozionante della Psicoterapia Multimediale, quello con più pathos. Questo è particolarmente vero se si tratta di un “memory object” per una persona morta, nel qual caso, come abbiamo visto, generalmente il paziente piange e spesso si commuove anche il terapista. C’è da dire che se uno di questi video viene mostrato ad un gruppo di allievi in formazione o di psicoterapeuti l’effetto è lo stesso… ognuno, evidentemente, entra in risonanza con un proprio lutto personale e si commuove, esattamente come succede a molti durante la visione di un film in una sala cinematografica anche se sappiamo che si tratta di una finzione e non di una storia vera.

Ricollegandomi al capitolo precedente, introdurrò il tema della screening session con un caso seguito da un’altra allieva della nostra Scuola di specializzazione, la Dr.ssa Maria Laura Laurenti. Riporterò alcuni passi del report in cui descriveva la sua esperienza, ovviamente adattandoli al nostro discorso. L’aspetto interessante di questo caso è dato dal fatto che un comportamento abituale di chiusura e difficoltà di comunicazione verbale della paziente si è sciolto e modificato in modo notevole, nelle sedute successive, subito dopo l’esperienza della screening session.

Il caso di Azzurra

“L’oggetto della memoria di Azzurra mi era stato inviato dal Prof. Nesci (che l’aveva ricevuto dall’artista del nostro team) già da qualche giorno. L’avevo visionato più volte, sia pensando in questo modo di ridurre l’emozione che mi avrebbe potuto suscitare in seduta (e che non volevo mostrare nel presentarlo alla paziente) sia per scorgere qualche particolare, nell’interpretazione dell’artista, che mi aiutasse a capire meglio la mia paziente.

Avevo proposto ad Azzurra la Psicoterapia Multimediale come strumento di elaborazione del lutto per la morte recente della sua mamma, ma con la segreta speranza di liberare anche le emozioni congelate relative alla morte improvvisa del papà, avvenuta quando Azzurra aveva solo 8 anni. Di questo accadimento non si era mai parlato all’interno della famiglia e, ancora oggi, la paziente afferma di non ricordare quasi nulla del papà e di non aver mai sentito il desiderio di saperne di più. Tutti i componenti della famiglia hanno difficoltà comunicative e io percepisco che la mia paziente vorrebbe esternare ciò che ha dentro ma è come se avesse un blocco, esteso a ogni ambito della sua vita, che le impedisce di farlo. Parla, infatti, pochissimo, ma a me non sembra affatto una persona introversa; al contrario, manifesta, soprattutto con le espressioni facciali, un forte desiderio di relazione, di affetto e comprensione. In uno dei nostri primi incontri online, la sua richiesta era stata proprio quella di comprendere il motivo di questa chiusura e di essere aiutata ad imparare a comunicare in modo più aperto. Azzurra è consapevole del fatto che questa sua chiusura non solo ha ostacolato, fino ad oggi, la costruzione di una vita sociale soddisfacente, ma ha anche prodotto effetti negativi nelle relazioni con i suoi stessi figli a cui non è riuscita nemmeno a parlare della separazione dal loro padre e a spiegarne i motivi, con conseguenze non proprio positive per i due ragazzi.

In questo senso, e cioè sulla possibilità di aprire uno spiraglio sul lutto disconosciuto del padre, già mi era sembrata di buon auspicio la sua scelta delle musiche. La prima canzone scelta dalla paziente per il video è “In me il tuo ricordo” di Alessandra Amoroso, che, secondo Azzurra, esprime bene il dolore che prova per il lutto della mamma ma, significativamente, la paziente insiste anche per avere un’altra canzone nella colonna sonora del suo video: “Il cerchio della vita” nella versione in italiano cantata da Ivana Spagna. E questa canzone è tratta dalla colonna sonora del film “Il Re Leone”! In questa pellicola un papà muore, ucciso dal perfido ed invidioso fratello, il quale, per giunta, farà sentire responsabile di tale morte il piccolo orfano. Il leoncino, assolutamente innocente, crescerà lontano dal regno, divorato da un ingiusto senso di colpa.

In ultimo, quando già foto e musica sono state consegnate all’artista, Azzurra mi chiede di poter inserire almeno un pezzetto di una canzone che mette in musica la poesia “Le foglie morte” di J. Prevert, scelta insieme al suo attuale compagno. Anche questa mi appare “chiaramente” dedicata al papà, morto prematuramente… Riporto in corsivo alcuni passaggi dei miei appunti della seduta e poi della seduta immediatamente successiva.”

Screening session online

La seduta inizia con “chiacchiere” di superficie. Scherzando, le chiedo se ha preparato i fazzoletti, riprendendo una battuta della seduta precedente e tentando di alleggerire il pathos che ho percepito.
Faccio partire il video. Azzurra piange tutte le sue lacrime.
Lo vediamo due volte e, in entrambe, è un fiume in piena.
Provo a chiederle cosa sente, cosa l’ha colpita di più, se ha notato particolari che non ricordava.
L’unica cosa che riesce a dire è che le sarebbe piaciuto che la canzone “Le foglie morte” avesse trovato più spazio nel video.
Che la mia paziente stesse manifestando il desiderio di un papà che fosse rimasto più a lungo nella sua vita?
Non dico nulla in proposito. La vedo davvero molto provata e non può più parlare.

Seduta successiva, online

La paziente parte col raccontare di tutto e non smette di parlare fino alla fine della seduta. Mi dice che ha rivisto il video più volte, che suo figlio non ha voluto guardarlo e che non c’era stato modo di mostrarlo al fratello e agli altri familiari. Lo ha, però, visto insieme alla sua più cara amica.
Si esprime poco in relazione all’oggetto della memoria, come se non volesse entrare nella profondità delle emozioni sperimentate.
Provo ad aiutarla con qualche domanda che lei lascia cadere.
Mi riferisce, però, di aver avuto, per la prima volta nella sua vita, un forte dolore notturno che l’ha spaventata molto e che ha poi scoperto essere dovuto a reflusso esofageo (il papà morì per una sorta di infarto intestinale).
Penso che, forse, il contenuto del video, i ricordi e i vissuti sperimentati sono ancora in fase di “digestione” e che la paziente, inconsciamente, tenti di rigurgitarli (reflusso).
Mi dice: “Ho trascorso tutte le mie ferie in casa col mal di stomaco, che è durato una decina di giorni”.
A fine seduta si stupisce che il tempo sia trascorso così velocemente e lei stessa nota di aver parlato come mai aveva fatto prima.
Ridiamo su questo interessante particolare e fissiamo il prossimo incontro.
Nelle sedute successive assisto allo stabilizzarsi di questo cambiamento: Azzurra ora parla, non si chiude più. Non solo; esprime anche le sue emozioni in modo spontaneo: ride, piange, si lamenta, si racconta…”

Un’associazione: la screening session di Laurie.

Presenterò ora una “vecchia” seduta che mi è venuta in mente, associativamente, grazie alla screening session appena narrata dalla Dr.ssa Laurenti. La seduta di Laurie, infatti, come quella di Azzurra, fa vedere come la screening session possa rappresentare, a volte, un punto di svolta nella psicoterapia. Non sempre… altre volte si vedono miglioramenti già nelle prime fasi della terapia o, in altri casi ancora, i miglioramenti si vedono a distanza di tempo, dopo che le sedute multimediali sono ormai finite ma qualcosa le rievoca e produce après-coup il suo effetto positivo.
Ho già parlato di Laurie, nel capitolo sulle sedute delle foto. Ora la riprendo utilizzando alcuni frammenti della registrazione del nostro dialogo in una seduta in presenza in cui io usavo ancora il registratore. Laurie era uno dei miei primi casi ed, a quell’epoca, chiedevo ai pazienti l’autorizzazione a registrare per poter riflettere sul contenuto delle sedute in momenti successivi. Il frammento che riporto è tratto dall’ultima parte della screening session di Laurie.

Dr. Nesci: “Come va?”

Laurie: “Bene… bene… alcuni giorni fa, chiacchierando con mia nipote, che è medico, le dicevo che stavo facendo questa psicoterapia perché avevo preso così male la morte di mia madre… devo dire che sto bene adesso. Il ricordo di mia madre è sempre vivo ma non ho più questi flashback inquietanti della stanza dell’ospedale… del sangue… non li ho più… Ora ho un buon ricordo di mia madre, dei ricordi più normali, grazie al percorso che abbiamo fatto insieme, anche se non posso dire di aver del tutto recuperato la mia pace. Quel momento è stato davvero traumatico… sicuramente lei non avrebbe scelto di morire in quel modo! Ma tutti dobbiamo morire… in un modo o in un altro… e tutti dobbiamo accettare il destino che Dio ha scelto per noi. D’altra parte, oggi posso dire che anche se non le ho potuto tenere la mano fino all’ultimo, so che sono stata con lei per tutta la mia vita… ed è stato un grande dono d’amore… sono stata felice con mia madre e mi auguro che anche lei sia stata felice con me.”

Dr. Nesci: “Certo…”

Laurie: “Devo anche riconoscere che ho avuto un marito che ha reso possibile tutto questo. Mio marito è venuto ad abitare a casa nostra quando eravamo entrambi adolescenti. Mia madre l’ha cresciuto letteralmente come un figlio, come ha fatto con me. I suoi genitori vivevano in campagna, lontano dal paese. Spesso lui restava a dormire d’inverno a casa mia in modo da potersi alzare presto al mattino per prendere la corriera per andare a scuola, in città. Dopo la morte di mio padre lui dormiva proprio a casa di mia madre ed io dormivo in città per essere già pronta per andare a scuola la mattina. I suoi genitori erano d’accordo. Mia suocera era una donna semplice, ma intelligente e non era affatto gelosa. Ci ha sempre detto, a mio marito ed a me, di trattare mia madre con gratitudine perché ci aveva fatto crescere entrambi… ed aveva fatto crescere anche nostro figlio! Per questo per mio marito era del tutto normale che lei vivesse con noi, da sposati, a Roma. Lei era come una madre, per lui. Questo è l’anello mancante della catena, che non le avevo ancora rivelato…”

Dr. Nesci: “Capisco…”

Laurie: “Ora mi sento meglio… Mi domando se lei se ne accorga in modo tangibile. Devo dire che mi sento molto meglio adesso… grazie al suo aiuto.”

Dr. Nesci: “Sì… lo vedo. Sono contento del lavoro che abbiamo fatto insieme.”

A questo punto la paziente mi chiede di ringraziare l’artista che ha montato il video. Prometto che lo farò.

Laurie: “Gli dica che mi sono commossa, che ho pianto, come ha visto… gli dica che il video mi ha fatto sentire molto bene… Ho rivisto tutto il film della mia vita: da bambina, da donna, quando mia madre mi ha accompagnata all’altare per il matrimonio con mio marito, quando mi ha aiutato a far crescere mio figlio. Ho rivisto tutta la mia vita scorrere nel video e questo mi ha fatto davvero bene…”

Alcuni mesi dopo ho rivisto Laurie in ospedale, nella mia stanza dell’ambulatorio di Consultazione Psichiatrica, al Policlinico “Gemelli”. Era il periodo di Pasqua, la commemorazione della resurrezione di Cristo, e dovevo restituirle alcune sue fotografie che erano rimaste nel mio studio… Venne con un regalo: una colomba pasquale, simbolo di pace…

Un’altra associazione: la screening session di Gioy.

La conclusione positiva della screening session di Laurie mi rimanda ora, associativamente, ad un’altra screening session che ha avuto un outcome altrettanto positivo: quella di Gioy. Di nuovo lascerò che la voce narrante sia quella della sua terapista, la Dr.ssa Eleonora Grossi:

“Arrivò il momento della presentazione del filmato. Non nego che ero un po’ tesa… Vedemmo insieme il filmato. Durante la prima visione Gioy si commosse e pianse. Un pianto silenzioso. Le lacrime scorrevano sul suo viso fino a raggiungere il collo e solo successivamente venivano asciugate con un fazzoletto. Poi silenzio. Mi chiese di rivederlo una seconda volta e acconsentii. Sul suo volto comparve un sorriso. Mi chiese di rivederlo una terza volta. A quel punto si protrasse in avanti, appoggiò le braccia alla scrivania e sorrise. Al termine della visione mi disse che avrebbe voluto andare avanti a vedere quel filmato perché aveva l’impressione che ogni volta che lo guardava le trasmetteva qualcosa di diverso e di sempre più profondo. Era catturata particolarmente dal finale del video in cui inizialmente per tre volte consecutive si susseguivano la fotografia della bambina nel vialetto e la sua foto attuale in primo piano per poi sovrapporsi in un’unica fotografia; la bambina scompariva dietro la foto attuale di lei che risultava lentamente in primo piano. E alla frase finale ‘amerai il finale’ venivano messi in risalto la fotografia che la ritraeva insieme a sua madre e quella scattata con il suo fidanzato quando le aveva proposto la convivenza che inizialmente aveva rifiutato.

Bibliografia

Nesci, D.A. (2012) Multimedia Psychotherapy: A Psychodynamic Approach to Mourning in the Technological Age. Lanham, Jason Aronson.