Capitolo 4 (Il quarto step, il lavoro con l’artista)

Il lavoro con l’artista

Nel mio manuale di Multimedia Psychotherapy (Nesci, 2012) descrivo il lavoro con l’artista facendo riferimento in modo prevalente al periodo in cui la psicoterapia multimediale è nata, in seguito ad un lutto della mia famiglia (la morte dei miei genitori, a pochi mesi di distanza uno dall’altro). Questo fatto è interessante perché rivela un’origine spontanea di questa cura portandone in luce radici antropologiche che la fondano in modo profondo. In questa stessa direzione è significativo anche il fatto che l’idea sia nata in un contesto familiare, grazie alla collaborazione con mio figlio, all’epoca un adolescente in cui avevo già riconosciuto la presenza di un talento artistico. Se l’idea di utilizzare foto di famiglia per elaborare un lutto e di associarle con una canzone o un brano musicale era stata mia, non c’è dubbio che la realizzazione pratica di questi “oggetti della memoria” o “montaggi psicodinamici” è stata tutta sua. Filippo ha scelto i programmi, ha iniziato a caricare la musica ed a “spalmare” le foto sulle tracce sonore, a utilizzare delle transizioni per passare da una foto all’altra e poi ad arricchire il montaggio con tutti i “trucchi del mestiere” che andava apprendendo da solo, come autodidatta, navigando su Internet e giocando con un videogioco che consentiva di creare opere d’arte (foto e filmati) durante il gioco stesso (Nesci D.A. e Nesci F.A., 2008). A 17 anni Filippo è stato ammesso all’Art Center College of Design di Pasadena ed ha lasciato l’Italia per laurearsi in Film and Video con lode (in inglese si dice with honors). Io così ho perso il mio primo artista multimediale, ma il testimone è passato, attraverso i suoi video, agli artisti successivi… e però lui ed io abbiamo continuato ad interrogarci sulla questione del ruolo dell’artista in questa nuova forma di Art Therapy. Cominciamo dal passato e volgiamo poi uno sguardo al futuro per occuparci infine del presente, alla fine di questo capitolo.

I “memory objects”: riflessioni preliminari.

Fin dal primo remix, mi sono reso conto che l’introduzione di un terzo nel setting della psicoterapia multimediale più che un’innovazione era il riconoscimento di qualcosa che era sempre esistito nel lavoro psicoanalitico. L’analista, infatti, non è tale se non è stato analizzato a sua volta da qualcuno, e se non è stato supervisionato nella conduzione dei suoi primi casi clinici. Dire che la situazione analitica è costituita da “due persone che parlano in una stanza”, per riprendere un noto lavoro di Luciana Nissim Momigliano (1984) è, dal nostro punto di vista, assolutamente vero se consideriamo la stanza come il terzo protagonista dell’interazione. Questo “terzo” è molto più di una persona, è un’entità complessa: un’istituzione (una scuola che ha formato l’analista) ma anche un setting nel senso più ampio del termine, dall’ambiente fisico (o virtuale) in cui la comunicazione si svolge all’insieme delle regole e delle consuetudini che la orientano. Per Bion, ad esempio, il setting è il percorso formativo fatto dall’analista che, se non è autentico (Bion dice “real”), cioè compiuto con analisti didatti e supervisori già analizzati in precedenza ed esperti, non consente il dialogo analitico. Il terzo, dunque, è un’entità molteplice ed unitaria al tempo stesso: è una trinità… è un gruppo istituzionale.

Io preferisco pensare a questa terza entità come all’imago placentare, e cioè a quel medium che consente il filtraggio degli scambi tra le entità in gioco. Nella psicoterapia classica questa terza entità è rappresentata dall’analisi didattica, dalla supervisione, dal confronto e dalla condivisione dei casi clinici con la comunità scientifica o comunque con un gruppo istituzionale di “pari”.

Nella psicoterapia online si aggiunge a tutto questo anche l’apparato tecnologico che assocerei al “deus ex machina” inventato da Euripide per risolvere il dilemma della tragedia greca quando doveva rappresentare sulla scena qualcosa di immaginabile ma non di materialmente realizzabile in quel momento storico. Il deus ex machina è l’antecedente degli “effetti speciali” del cinema, così come oggi nella psicoterapia da remoto la tecnologia digitale è il deus ex machina che rende possibile la comunicazione tra i protagonisti e crea al tempo stesso una stanza virtuale.

In natura, la placenta è il filtro che rende possibile il passaggio di sostanze nutritive dal circolo fetale a quello materno e di sostanze cataboliche (anidride carbonica, sostanze azotate, ecc.) dal feto alla madre che le eliminerà con i suoi organi disintossicando continuamente il suo bambino interno in modo automatico (inconscio e involontario). Ma la placenta è anche il contenitore (sacco amniotico) del bambino: è la stanza d’analisi, la “camera gestazionale” che protegge il percorso della cura. La psicoterapia ci regala un nuovo tempospazio di ritorno nell’utero, nell’universo della vita prenatale, per rigenerarci, proprio perché rimaterializza l’imago placentare con le sue funzioni di filtro degli scambi e di contenitore di un soggetto che si sente ancora troppo fragile per essere autonomo (Nesci, 1991) di un soggetto che ha bisogno di tornare in una sorta di incubatrice, come i pazienti che si recavano nel tempio di Esculapio per dormire e sognare in modo da guarire nel tempo/spazio sacro attraverso il rituale dell’incubatio (Nesci, 2023). Da sempre la terapia è stata concepita all’interno di un sito. Da sempre la cura ha i suoi luoghi sacri. Nell’antica Grecia i pazienti venivano da ogni parte del paese, soggiornavano nel tempio, seguendo riti di purificazione, uno dei quali consisteva nel dormire in un ambiente speciale (incubazione) per sognare… il sogno avrebbe comunicato la cura giusta, ma anche il solo fatto di aver sognato era considerato sufficiente per guarire. Il sogno è un linguaggio per immagini… ma ha bisogno di armonizzarsi con un universo sonoro. Secondo Peter Gillgren “in ogni luogo, in ogni sito, c’è una sorta di paesaggio sonoro con cui relazionarsi. […] Un paesaggio sonoro non deve necessariamente includere musica però. Può essere una preghiera, un discorso, il suono di campane, suoni naturali – il rumore dell’acqua, del vento o del fuoco – o semplicemente il silenzio” (Gillgren, 2017, 22). Nella psicoterapia multimediale, paziente e terapeuta sono sempre coinvolti in un’esperienza di siting: guardare le foto di famiglia implica inevitabilmente una visitazione di luoghi ed un’evocazione di paesaggi sonori. In questo modo, siamo al centro di cosa rende la psicoterapia multimediale così efficace: ricolloca l’oggetto d’amore perduto nei suoi luoghi familiari (siting) e ricrea un paesaggio sonoro ideale (la colonna sonora del memory object) che riporta alla mente (consapevolmente o inconsciamente) i paesaggi sonori familiari originali.

L’artista, nella psicoterapia multimediale, si presta dunque a rappresentare “la stanza”, questa terza entità complessa che fa tutt’uno con l’impianto tecnologico del setting della terapia. L’artista non è solo l’artefice dell’oggetto della memoria ma è anche il creative director di quel team interdisciplinare che potrà progettare nuovi ambienti concepibili per una realtà virtuale ove si possa
immaginare l’incontro terapeutico tra entità che prescindono dai limiti della corporeità naturale, come si può intuire dalla copertina del mio ultimo libro (Nesci, 2023) in cui paziente e terapeuta sono due sfere luminose (fig. 3) che comunicano tra loro con l’emissione di luce/energia… parole/emozioni… particelle/onde…

Fig. 3
(“VR Therapy”. Copyright©FilippoArturoNesci, 2022)

Il passato

Nelle prime psicoterapie multimediali l’artista era libero di seguire la sua creatività e montare le foto di famiglia portate dal paziente seguendo sì l’ordine da questo prefissato ma con la “licenza poetica” di poterlo modificare per esigenze artistiche, ad esempio per creare un flash back. In questo modo l’artista dava un’interpretazione della vita del protagonista del video avendo in mente che il suo compito era quello di dare un senso di armonia e di completezza alla narrazione. Il video doveva avere una funzione “riparativa” rispetto al vissuto di fine traumatica della vita del soggetto. Il paziente doveva sentirsi pacificato dal fatto che la persona amata aveva vissuto una vita completa e soddisfacente e dunque poteva uscire dalla scena della vita serenamente e restare come presenza rassicurante nel mondo interno del paziente riparandone il lutto.

Interessantemente si è scoperto, nei casi montati dal primo artista multimediale, che di fatto il video dava un’interpretazione della vita del soggetto, interpretazione che, pur essendo l’artista all’oscuro della sua storia, risultava straordinariamente sintonizzata con questa.

Ricorderò a questo proposito uno dei miei primi casi che, nel manuale in lingua inglese, ho ribattezzato col nome di Louis. In questo caso si trattava di un giovane paziente ossessivo che aveva perso il padre in età adolescenziale e che tendeva a farsi male in occasione degli anniversari della sua morte. La psicoterapia iniziò proprio dopo un grave incidente stradale provocato dal suo stile di guida suicida. Il paziente accettò con entusiasmo di iniziare la psicoterapia multimediale quando io la inventai. All’epoca Louis aveva già fatto degli anni di psicoterapia classica, con me, vis-à-vis. Si trattava quindi di un paziente “esperto” come del resto tutti i primi pazienti a cui ho proposto la multimediale in modo da muovermi io stesso sulla scena clinica con maggiore tranquillità.

Louis, da buon ossessivo, si presentò alla seduta delle foto con tutta una serie di bustine che le contenevano (erano foto cartacee). In particolare, aveva separato quelle prima del matrimonio dei suoi genitori da quelle dopo del matrimonio. Io diedi tutto all’artista che preparò il video. Io vidi il remix in anteprima, come sempre deve fare il terapista prima di procedere alla screening session per evitare il rischio di far vedere al paziente un video traumatico, e mi sembrò che tutto scorreva benissimo. Facemmo così la seduta di condivisione del video e, con mio assoluto stupore, il paziente, ad un certo punto, si mise a ridere a crepapelle!

Una cosa così non era mai successa!

Chiesi ovviamente, quando finalmente il paziente smise di ridere, cosa aveva suscitato questa sua reazione. Louis mi spiegò che il video era sbagliato: “Ma se lo immagina, dottore, al mio paese, uno che prima fa due figli e poi si sposa e ne fa un terzo?” E si rimise a ridere di nuovo… Io non me ne ero accorto ma, effettivamente, l’artista aveva cambiato la sequenza delle foto mettendo le foto del matrimonio dopo quelle foto di famiglia in cui erano nati suo fratello e sua sorella, più grandi di lui. Naturalmente dissi al paziente che l’avrei detto all’artista ed avrebbe rimesso le cose a posto, ma Louis smise di ridere e mi disse che invece l’artista aveva ragione. Gli chiesi di spiegarmi… e lui mi raccontò una storia che non era emersa nella psicoterapia classica. Suo padre aveva un’amante e solo ad un certo punto sua madre se n’era accorta e la relazione extraconiugale era terminata bruscamente. Fu allora che lui venne concepito e che il “matrimonio” cominciò veramente.

Questo fu il primo di una serie di episodi che mi fecero capire che l’artista veniva coinvolto transferalmente dal paziente attraverso le foto e la musica scelte e quindi finiva per dare delle vere e proprie interpretazioni nel produrre il video attraverso il montaggio. In questo caso fu il paziente stesso (sicuramente grazie al fatto di essere “esperto” avendo già in corso da anni la psicoterapia con me) a capire quello che era successo e quindi a non voler cambiare affatto il video rispettando la realtà psichica piuttosto che la realtà storica del matrimonio dei suoi genitori.

Ma vediamo ora degli altri esempi clinici del passato in cui queste dinamiche di triangolazione inconscia tra paziente terapista ed artista sono emerse pur essendo diversi gli attori sulla scena e pur essendo sempre e comunque l’artista completamente all’oscuro delle vicende personali dei pazienti.

In un caso l’artista invece di iniziare con la numero 1 (una foto in bianco e nero in cui si vedeva il protagonista da bambino) montò una serie di 4 foto a colori in cui si vedeva il protagonista con la moglie (la paziente a lutto) ed il loro unico figlio. In particolare, nella quarta foto, l’artista zooma sul figlio e fa un movimento sul suo volto sorridente come se volesse entrarci dentro per poi fare una transizione sulla numero 1. L’effetto è potentissimo perché crea l’illusione che il figlio del protagonista sia la sua continuazione oppure che il figlio sia la reincarnazione del padre. In ogni caso viene sottolineato un legame speciale, di identificazione, tra i due. A partire da questa interpretazione artistica la screening session si è interessantemente focalizzata sulla relazione tra il padre ed il figlio consentendo di esplorare aspetti nuovi ed estremamente importanti per l’elaborazione del lutto della vedova.

In un altro caso l’artista ha sostituito la versione spagnola di una canzone scelta dalla paziente (a lutto per la sorella, morta di cancro per un tumore da cui anche lei ora era affetta) con la versione originale francese. Ricevo il video la sera tardi e lo guardo subito, come è prassi normale. Il terapeuta deve infatti verificare che il video non sia traumatico per il paziente prima di programmare la screening session. Mi accorgo che c’è qualcosa che non quadra… e così lo rivedo. Ma certo! L’artista ha cambiato la canzone! Invece di quella scelta dalla paziente su YouTube, durante l’ultima seduta della musica, ha usato per il montaggio l’originale in francese. Lì per lì mi arrabbio moltissimo con l’artista, tra me e me, e gli avrei anche telefonato se non fosse stato così tardi quella sera… Poi mi calmo, rifletto sui tanti episodi in cui la screening session ha dimostrato che l’artista aveva sempre ragione e così mi rendo conto, improvvisamente, che i testi delle due versioni sono completamente diversi e che quello scelto dall’artista descrive in modo straordinariamente accurato alcuni lati del carattere della sorella morta che invece non comparivano nell’edizione spagnola. Ovviamente anche in questo caso l’artista non sapeva nulla del carattere della sorella della paziente…

In un altro caso ancora, l’artista ha creato un effetto di sdoppiamento dell’immagine in un momento particolare della vita della nonna della paziente… Durante la screening session la paziente ha rivelato che proprio in quel periodo lei stessa (la giovane nipote) si era ammalata di una malattia che le provocò una diplopia… ci vedeva veramente doppio!

E tutto questo è tanto più interessante se pensiamo che l’artista di cui stiamo parlando non è un unico artista (che si potrebbe pensare particolarmente dotato) ma sono tre artisti diversi che hanno montato i video di pazienti diversi. Dunque, questi fenomeni non avvengono per una particolare natura dell’artista ma per il fatto che il transfert, nella originaria concezione di Freud, è un fenomeno universale caratteristico della mente umana e che il setting della psicoterapia multimediale ne facilità la manifestazione spontanea.

Il presente ed il futuro

Con il COVID, la psicoterapia online è diventata una necessità e ci siamo quindi posto il problema di come rendere più agevole praticare la psicoterapia multimediale da remoto. Al momento attuale stiamo sperimentando l’uso di https://miro.com/ che consente di uploadare le foto e le musiche in uno spazio condiviso da paziente e terapista. Ognuno dei due può lavorare in autonomia in questo spazio virtuale, oppure contemporaneamente. Così è più semplice osservare le foto, scrivere annotazioni, dialogare… Ed è più facile per il terapista raccogliere ed inviare le foto all’artista.

Ma anche con pazienti che non sono in grado di utilizzare queste piattaforme che utilizzano l’Intelligenza Artificiale, si può fare la psicoterapia multimediale online semplicemente
ingegnandosi. Il paziente può inviare le foto al terapista con e-mail, in una chat, con wetransfer… insomma, le vie della rete sono davvero infinite!

Il futuro è invece tutto da esplorare. Un possibile sviluppo della collaborazione tra psicoterapeuti ed artisti fa pensare che si potrebbero addirittura ingaggiare dei compositori per creare delle musiche ad hoc per la psicoterapia multimediale recuperando i contributi della ricerca scientifica che riconosce alla musica di per sé una funzione terapeutica (Devlin, Kang, Pantelyat, Hermes, 2023; Marques, Henrique, Takito, 2024). Questa ipotesi di sviluppo futuro avrebbe dei vantaggi notevoli per la ricerca scientifica, perché consentirebbe di standardizzare questa fase della psicoterapia anche al fine di poterne valutare poi meglio l’efficacia. Supponiamo ad esempio di poter proporre, in futuro, ai pazienti di scegliere tra un numero limitato di brani musicali composti appositamente in base a delle evidenze scientifiche che dimostrino degli effetti specifici di certe caratteristiche sonore per dei sintomi specifici. Se questo fosse realizzabile l’integrazione del potere terapeutico delle immagini con quello della musica potrebbe consentire di raggiungere risultati ancora più positivi di quelli attuali. Di più… ci si potrebbe interrogare sull’efficacia di utilizzare suoni ambientali piuttosto che brani musicali (il sussurro dell’acqua di una fontana, il cinguettio di un uccello, lo stormire delle foglie al vento… o qualunque altro suono significativo per il soggetto).

Un’altra ipotesi di sviluppo futuro del metodo della psicoterapia multimediale prende invece in considerazione l’ipotesi che lo psicoterapeuta divenga, a sua volta, arte terapista, e sia quindi in grado di montare personalmente il video del paziente. Nella nostra Scuola di psicoterapia abbiamo molti psicologi dotati di talento artistico.

Ed è accaduto, in modo quasi naturale, che un’allieva, la Dr.ssa Eleonora Grossi, si sia così avventurata nella sperimentazione di una psicoterapia multimediale con questa interessante variazione: il montaggio psicodinamico l’ha fatto lei! Questa apparente “trasgressione” è narrata con brio in una sua breve memoria che qui riporterò, come al solito, con piccoli aggiustamenti per amalgamarla col resto del nostro e-book.

Frammenti di una breve memoria

“… un giorno del lontano 1994… io e una mia compagna di classe prendemmo il treno, direzione Milano, e andammo a visitare alcune università. Niente che appagava. Il vuoto più totale. Non c’era emozione, non c’era motivazione, nulla di nulla. Non riuscivo a vedermi in alcun futuro… un giorno, un’altra compagna di classe parla di un nuovo corso di laurea, mai sentito prima, letto su un depliant che sua sorella aveva portato a casa dopo essere stata ad un concerto. All’epoca si usava così: alcuni giovani andavano ai concerti, davanti alle scuole, davanti alle discoteche e distribuivano volantini o biglietti omaggio in promozione di qualche evento specifico. Ci siamo dette: ‘ma sì, perché no?’ Così organizzammo un’altra gita a Milano direzione IULM.

L’edificio era nuovo, il corso di laurea era davvero agli albori, importato dagli Stati Uniti d’America… La presentazione del corso la tenne un professore di economia dallo sguardo austero, vestiva un gessato grigio scuro con camicia bianca e fazzoletto nel petto. Una voce calda ma ferma e decisa… A volte guardava la platea piena di gente che in assoluto silenzio lo seguiva affascinata. Io trattenevo il fiato perché avevo molta soggezione di lui. Ad un certo punto, per tutto caso, il suo
sguardo incontrò il mio. O almeno così mi parve. Ricordo ancora le sue parole, o meglio, la rielaborazione che io avevo fatto delle sue parole. ‘Le public relations non sono i PR che incontrate fuori dalla discoteca… Relazioni pubbliche vuol dire studiare la comunicazione… e studiare la comunicazione significa saper sviluppare relazioni, mettere in comunicazione istituzioni, aziende, persone… Voi qui imparerete a comunicare. A creare contenuti, ma soprattutto a saper leggere contenuti’. Diede poi la parola ad alcuni professori per la presentazione di alcune materie, tra cui tecniche pubblicitarie, semiotica, psicologia sociale, psicologia della comunicazione. Gli ambiti a cui più ero affezionata, la filosofia e la psicologia, studiate in ottica comunicativa. Ed eccolo lì, silenzioso e lento, bussava alla porta chiedendo di aprirla per uscire verso il mondo: era il desiderio di saperne di più… Quell’emozione che stavo cercando, quello spiraglio verso il futuro, diverso da quello potenzialmente prevedibile e pianificabile che ti offre apparente sicurezza e stabilità.

Questo futuro generava incertezza ma contemporaneamente era espressione di ricerca, investigazione, apprendimento, esplorazione, fascino. Studiare, identificare, conoscere i meccanismi e i comportamenti psicologici che muovono le persone all’interazione con l’ambiente, alla soddisfazione dei propri desideri, alla realizzazione dei propri sogni. Conoscersi per conoscere. Tornai a casa nella convinzione che quello che si faceva strada dentro di me era un vero e proprio inizio di un processo che non sapevo dove mi avrebbe portato, ma capivo che avrebbe costituito la sintesi tra ciò che ero e ciò che avrei voluto essere e che dava un senso a ciò che la gente riconosceva in me.

Fu così che mi iscrissi e non rimasi delusa. Imparai davvero tantissimo sulla comunicazione…

E come ultimo atto del ciclo di studi, il destino, o l’inconscio (chi lo sa?) mi ha portato a frequentare questa scuola di specializzazione, la S.I.P.S.I., il cui fondatore, Domenico Arturo Nesci, psicoanalista dell’IPA, ha inventato, insieme a suo figlio Filippo Arturo Nesci, artista, la Psicoterapia Multimediale.

La psicoterapia multimediale è nata con l’idea di aiutare chi soffre nell’elaborazione di un lutto attraverso l’utilizzo di immagini e suoni che confluiscono nella produzione di un video simbolicamente inteso come ‘oggetto della memoria’ a ricordo affettuoso di una persona cara scomparsa, con l’obiettivo di aiutare quello che Freud (1917) aveva chiamato “il lavoro del lutto”. Il paziente condivide con il terapeuta un insieme di fotografie, circa 40, raccontandone e ricostruendone la vita attraverso i momenti più belli e significativi. Successivamente il paziente sceglie la canzone o il brano musicale che ritiene più adatto a fare da colonna sonora del video. I materiali vengono montati da un artista multimediale. Di regola, l’artista non incontrerà mai il paziente e non verrà a sapere nulla della storia della persona che ricostruisce con il suo lavoro di editing ma dovrà solo valorizzare i ricordi positivi, immagini e suoni, portati dal paziente allo psicoterapeuta, nel corso delle sedute. Sarà lo psicoterapeuta a condividere la prima visione del video prodotto dall’artista prima di rivederlo con il paziente in una seduta dedicata a questo: la ‘screening session’.

Ogni anno, a Scuola, ho avuto la possibilità di assistere a numerose presentazioni, grazie alla generosità dei Collaboratori del Prof. Nesci che praticano la psicoterapia multimediale nell’ambito della attività psicoterapeutiche della DREAMS onlus, una cooperativa di psico-oncologi costituita da diplomati della SIPSI.

Dentro di me nascevano tantissime domande. Mi sembrava evidente che la psicoterapia multimediale poteva essere uno strumento molto utile nella pratica clinica, soprattutto tenendo conto della svolta immediatamente successiva all’invenzione della psicoterapia multimediale, e quindi alla scoperta che questa forma di Art Therapy funzionava non solo per i lutti “reali” ma anche per i lutti “metaforici” (Nesci, 2012). All’interno di questa cornice di riferimento più ampia si inserisce il caso di Gioy.

Il caso di Gioy

Un giorno mi telefonò una donna, colpita da Covid, aggravato da plurime patologie cardiovascolari. Sopravvissuta, riabilitata, reinserita nel mondo del lavoro. A tre anni dall’evento è molto preoccupata per la figlia, all’epoca degli accadimenti diciottenne, che soffre di ansia, di attacchi di panico, non riesce a dormire, non esce più di casa, non riesce più a viaggiare. Mi chiede di prenderla in carico. La storia di Gioy è quella di una ragazza nata all’estero da una coppia all’apparenza felicemente sposata. Alla nascita della bambina, tuttavia, il padre si allontana senza dare ragioni, mamma e figlia vengono abbandonate. Si trasferiscono a vivere presso i genitori materni. La bambina cresce allegra, ben integrata a scuola e tra gli amici. Frequenta la danza ed è molto brava. Quando aveva 4 anni la madre si trasferisce in Italia per necessità lavorative, studiando e trovando una sistemazione sicura e lascia la figlia dai suoi genitori. Inizialmente ogni 2/3 mesi tornava a casa, poi il rientro si è fatto più sporadico, riducendosi a due volte l’anno, una per Pasqua, una per Natale. Ha trovato un nuovo compagno ed è iniziata una nuova convivenza. Pur con tante sofferenze non ha mai fatto mancare la sua presenza alla figlia. Tramite telefono, videochiamate, mantenimento. La bambina, nel frattempo, crea un legame speciale con i nonni. Il nonno la segue ovunque. Partecipa ai saggi di danza, le insegna a pattinare e ad usare il computer. La segue a scuola. A Natale del suo undicesimo compleanno la madre rientra come di consueto e come regalo dice alla figlia che era giunto il momento di trasferirsi con lei in Italia e iniziare una nuova vita insieme. Quel legame da tempo sognato, quella bambina che stava alla finestra ad aspettare che la mamma ritornasse… Quella bambina che ha dovuto lasciare drasticamente una realtà per iniziarne una nuova… Un mix di sentimenti contrastanti. Ricongiungersi finalmente con la mamma amata, abbandonare i nonni amati. Iniziare nuove amicizie, lasciare quelle vecchie. Conoscere il nuovo compagno di mamma, desiderare capire chi fosse il padre biologico e sapere il motivo dell’abbandono.

Alla festa dell’ultimo dell’anno avverte una costrizione toracica, inizia a trattenere l’aria finché non vomita tutto sul balcone di casa. Indigestione era la diagnosi dei parenti presenti, sicuramente un colpo di freddo dopo aver cenato. La bambina non ha alternative, è giusto ricongiungersi alla mamma secondo l’opinione di tutti. Quindi, fatte le valigie, parte per l’Italia, viene inserita a scuola, cerca di continuare la danza, conosce nuovi amici. Conosce un ragazzino, si innamora. Cresce, si iscrive all’università, trova un lavoro con cui mantenersi. Una vita che sembra proseguire linearmente ma qualcosa dentro di lei non va. Sempre di corsa, sempre in ansia, tutto deve sempre andare bene ed essere perfetto, tutto si deve incastrare a meraviglia, non sono possibili spazi vuoti. Finché il Covid e la madre in fin di vita non fermano tutto. Tutto viene sospeso, trova una forza
incredibile. Si premura per non far mancare nulla a nessuno. Gioy chiama questo stato ‘l’assurdità’: trova assurdo che proprio lei con le sue ansie riesce a fare forza alle persone vicine, lei che non riusciva a fare un discorso sulle malattie che si trova a gestirle, lei che viveva nel bisogno di essere sempre tutta organizzata e ora vive nell’imprevedibilità.

In questo frangente il nonno si ammala e muore. Per via delle restrizioni degli spostamenti dettati dal Covid non è possibile raggiungerlo. Rientra in uno dei tanti casi per cui non è stato possibile celebrare il funerale. Quando la mamma guarisce e torna a casa Gioy sprofonda in uno stato ansioso depressivo. Inizia ad avere paura di tutto. Paura di guidare, di andare a fare la spesa, di prendere l’aereo per andare a trovare gli amati nonni. Paura di dormire, pensieri di morte ricorrenti. Non se ne fa una ragione per cui chiede alla mamma di fare un percorso per sentirsi meglio e debellare l’ansia e la depressione che la assalgono. Inizia così il nostro percorso. Non nego che è stato un percorso difficile; non era la classica ansia e depressione post Covid. I racconti di Gioy erano lineari ma non relativi al Covid. Il suo aspetto era curato, sempre ben vestita, ben tenuta. Era empatica, aveva il desiderio di aiutare sempre tutti. Aveva uno sguardo aperto al mondo. È stato davvero importante nel suo caso osservare la comunicazione non verbale per riuscire a trovare il bandolo della matassa. Con la comunicazione verbale non riuscivo a rilevare nulla di quello che in lei non potesse andare. Così, osservando, mi accorsi che il ritmo dell’eloquio velocizzava tantissimo quando parlava del suo futuro, il respiro si faceva più affannoso, i movimenti più accentuati, cambiava spesso postura delle gambe e delle braccia. Dava la parvenza di una persona iperattiva. Il capo restava leggermente abbassato come intimorito. Gli occhi rivolti al centro. Quando il discorso versava sul passato, per esempio quando parlava di danza o della casa della zia che si trovava nel suo paese natale tutto il corpo si immobilizzava, il ritmo di voce era più interrotto, le frasi venivano spesso riformulate. Gli occhi si riempivano di lacrime. Ci concentrammo così sul suo passato, tornando a quella decisione presa di venire in Italia. Il vero lutto non elaborato si nascondeva lì. Il distacco dagli amici, dai nonni, dalla scuola, dalla danza, dalla lingua, dalla routine. Ma anche dai colori, dall’architettura delle abitazioni. Era come se davanti a me ci fossero due Gioy: la Gioy bambina, ferma agli undici anni in attesa che mamma tornasse per proseguire la sua vita con lei, e la Gioy attuale che viveva una vita in una sorta di limbo, non sapeva se andare avanti o meno, come proseguire il percorso, determinata ma contemporaneamente non autodeterminata. L’ipotesi che mi ero fatta era che la Gioy attuale non avesse ancora elaborato il lutto iniziale e che insieme dovevamo compiere un percorso di elaborazione del lutto della madre patria, come avevo potuto vedere in un caso presentato a Scuola dal prof. Nesci di psicoterapia multimediale con una paziente sudamericana.

Fu così che proposi la terapia multimediale.

Nell’Intake spiegai a Gioy che la mia idea era la presenza di un lutto non elaborato ma attualmente non così identificabile né nella perdita del nonno, né nel Covid, né nella patologia che aveva messo a rischio la vita della madre. Lasciai l’ipotesi del cambiamento di residenza inespressa.

Gioy accettò. Recuperò tante fotografie. Erano ricordi legati al passato e al presente. In particolare, rimaneva come pietrificata di fronte ad una fotografia, quella che ritraeva lei da bambina, ferma sul vialetto fuori casa. Il suo corpo si spostava in avanti come a volerla raggiungere. Gli occhi luccicanti. Nella fotografia il sorriso era appena accennato, lo sguardo diretto in camera, la testa leggermente ricurva verso sinistra. Le spalle ricurve, le mani lungo i fianchi. Davanti alla fotografia
si interrompeva in profondo silenzio. A tratti sospirava. Innumerevoli erano i ricordi che di volta in volta riusciva ad elaborare davanti a quella foto. Esprimeva invece incredulità alla fotografia che la riprendeva di recente. Il suo corpo rimaneva immobile ma tendeva ad appoggiarsi alla sedia. Era un bellissimo primo piano ricavato ad una festa dell’ultimo dell’anno fatto in compagnia delle più care amiche. L’eloquio era più frenetico, le frasi più brevi. Minori erano i ricordi. Portò successivamente le fotografie di vacanze fatte da bambina e con gli amici attuali, fotografie del nonno, della mamma e della zia. Fotografie con l’attuale fidanzato.

Arrivò il momento di scegliere la canzone. Inizialmente era proprio indecisa. Tendeva a riferire canzoni che sentiva alla radio. Probabilmente non aveva ben chiaro il significato che doveva avere la canzone. Allora la aiutai facendole una domanda. Presi la foto della bambina nel vialetto e le chiesi ‘cosa diresti a questa bambina se l’avessi davanti a te ora?’. La volta successiva Gioy portò la canzone scelta, Buon Viaggio (‘Share the Love’) di Cesare Cremonini. Diceva di averla scelta perché in fondo la rappresentava. In particolare, l’avevano colpita alcuni versi: ‘buon viaggio, che sia un’andata o un ritorno, che sia una vita o solo un giorno, l’incanto sarà godersi un po’ la strada’. Gioy commentò queste parole come se quella bambina del vialetto decidesse oggi per la prima volta in autonomia, indipendentemente dalle scelte altrui, di partire con la mamma per l’Italia. La vita va avanti ma gli affetti non si perdono. Godere la strada significava accettare contemporaneamente la doppia patria, la doppia lingua, una vita che poteva offrire cose nuove senza necessariamente perdere quelle vecchie. ‘Amore mio, comunque vada fai le valigie e chiudi le luci di casa’… queste parole le hanno ricordato il momento della partenza. La mamma le aveva detto di spegnere le luci di casa che poi lei avrebbe chiuso a chiave. I versi: ‘Coraggio, lasciare tutto indietro e andare, partire per ricominciare, e per quanta strada ancora c’è da fare amerai il finale’… le ricordavano quanto la zia le diceva per convincerla ad andare con la mamma. Altri versi: ‘Chi ha detto che tutto quello che cerchiamo non è sul palmo di una mano, ti aspetto dove la mia città compare e l’orizzonte è verticale, ma nelle foto hai gli occhi rossi e vieni male’… le ricordavano il defunto nonno e il legame che poteva avere con lui attraverso la ritrovata fede in Dio e nell’aldilà. E così via…

Quando è stato il momento di condividere con l’artista immagini e canzone non me la sono sentita. Se la mia idea era ricreare l’allineamento tra quella bambina e la Gioy attuale che ancora la stava aspettando avrei dovuto necessariamente predisporre il filmato in modo che le fotografie corrispondessero alle parole della canzone affinché il significante trasmettesse il giusto significato, affinché il significato venisse veicolato da più significanti.

Il linguaggio del filmato doveva necessariamente comprendere lo story telling, la strategia comunicativa e raggiungere esattamente l’obiettivo. Non era solo costruire l’oggetto della memoria. Era fare crescere l’oggetto della memoria, era ripercorrere la tappa di un viaggio che potesse portare la paziente all’elaborazione del lutto che probabilmente corrispondeva con il sé bambina. Non potevo non comunicare con l’artista… avrei dovuto comunicargli tutto questo… oppure far da me. Così, consapevolmente, e sulla base degli studi effettuati e descritti pocanzi decisi di fare quello che mi sentivo: io divenni l’artista. Sicuramente in questa decisione fui aiutata, a livello inconscio, dal “clima” della Scuola. Una Scuola in cui gli agiti vengono considerati momenti preziosi su cui interrogarsi piuttosto che eventi da disconoscere (Franceschini, Nesci, 2008). E confidando sulle conoscenze semiotiche apprese nel corso dei miei primi studi creai un filmato che avesse l’obiettivo di restituire dal punto di vista verbale e non verbale l’oggetto d’amore alla paziente. Creai la sequenza delle foto per riprodurre il viaggio di crescita interiore, quello che era importante per lei sia da bambina che ora, cercando di ricreare i contenuti e non l’ordine cronologico degli eventi. I viaggi dovevano essere raggruppati nello stesso chunk, fossero viaggi da bambina che attuali con gli amici. Il fidanzato doveva essere inserito nel chunk delle relazioni affettive, anteponendo il primo amore da bambina a quello attuale. La danza è stata esposta nel chunk degli interessi precedenti ed attuali. Scelsi il ritmo nell’alternanza delle foto, la velocità con cui comparivano e scomparivano, o per quanti secondi dovevano rimanere sovrapposte. Il ritmo lo scelsi sulla base della velocità e della lentezza con cui Gioy si esprimeva dal punto di vista non verbale durante le sedute. Scelsi anche a quali parole della canzone dovessero corrispondere alcune immagini creando una sovrapposizione tra codice verbale e codice visivo affinché la forza comunicativa del linguaggio potesse amplificarne gli effetti. Scelsi anche se fare entrare le fotografie dall’alto o dal basso, da destra o da sinistra a seconda di dove volevo rivolgere l’attenzione di Gioy: quando volevo enfatizzare il viaggio di crescita le fotografie entravano da sinistra e scorrevano verso destra, quando volevo farle rievocare dei ricordi immaginativi le facevo comparire da destra verso il centro. Il ritornello della canzone era una frase ripetuta per tante volte, share the love. In quella occasione volevo che l’effetto visivo di passaggio da una fotografia ad un’altra fosse rappresentativo dallo scatto fotografico di un’istantanea. Il significato che volevo trasmettere è che tutti noi siamo attimi di presente, unica cosa certa che esiste. Il nostro passato era il nostro presente, il futuro non esiste se non nei termini di un presente che arriverà. E il viaggio, di cui amare il finale, dipende da come si vive giorno dopo giorno con gli affetti vicini.”

Ci fermiamo qui. Riprenderemo il caso di Gioy nei due prossimi capitoli. Quello che ora ci interessa evidenziare è il fatto che la psicoterapia multimediale è un work in progress, un processo aperto che si presta ad ampliare i propri orizzonti di continuo, non solo nel senso delle sue indicazioni terapeutiche ma anche nel modo in cui potrebbe essere praticata. Ed anche in questo sta, a nostro avviso, la sua ricchezza e la sua apertura verso il futuro. Se infatti le sperimentazioni in atto in cui un terapista prende su di sé il ruolo dell’artista schiudono nuove potenzialità, come non pensare che si potrebbe sperimentare anche nella direzione in cui il paziente assuma su di sé questa funzione e divenga editor del suo stesso “oggetto della memoria”?

E ancora: perché non pensare che il paziente possa personalmente fotografare e creare immagini ex novo per la sua psicoterapia multimediale, magari per un lutto metaforico piuttosto che per un lutto reale?

O che una app venga creata da una nostra istituzione per produrre molteplici versioni di possibili video, offrendo varie ipotesi interpretative che pazienti e terapisti potrebbero esplorare insieme?

Chiudiamo quindi il tema del lavoro con l’artista senza dare risposte definitive ma lasciando aperti tutti questi stimolanti interrogativi.

Bibliografia

Devlin, K., Kang, K., Pantelyat, A. (eds.) Music Therapy and Music-Based Interventions in Neurology. Humana Cham, 2023. DOI https://doi.org/10.1007/978-3-031-47092-9
Di Francesco R., Nesci D.A. “Gli agiti in rapporto al setting: elementi di rottura o di trasformazione?” Doppio Sogno, dicembre 2008, https://www.doppio-sogno.it/wp/wp-content/uploads/2022/06/strumentidilavoro1-Memorie.pdf
Freud, S. (1917) Mourning and Melancholia. Standard Edition 14:237-258.
Hermes, D.J. The Perceptual Structure of Sound, Springer, 2023.
Marques, M., Henrique, N., Takito, M. et al. Effects of music on perceptive and performance responses during high-intensity exercise: a systematic review. Sport Sci Health 20, 727–738 (2024). https://doi.org/10.1007/s11332-024-01189-6
Momigliano, L. N. “… Due persone che parlano in una stanza …” (Una ricerca sul dialogo analitico). Rivista di Psicoanalisi 30:1-17 (1984).
Domenico A. Nesci e Filippo A. Nesci “Halo: psicoanalisi di un videogioco.” Doppio Sogno, numero 6, 2008, https://www.doppio-sogno.it/wp/wp-content/uploads/2022/07/Sconfinamenti-halo.pdf